Prospettive territorialiste per futuri (in)certi. La dimensione del desiderio nella costruzione dei territori tra agency e risonanza
Panel 36 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”
Matera, 25-27 settembre 2025
Proponenti: Alessandra Broccolini (Sapienza Università di Roma), Daria De Grazia (Sapienza Università di Roma)
Abstract
Il panel chiama a raccolta riflessioni di natura etnografica, che propongano uno sguardo capace di rileggere i processi culturali in chiave territorialista, intendendo per territorio quel “soggetto vivente” prodotto dinamico del processo di coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente naturale (Magnaghi 2013). Mettere al centro il legame con il territorio, infatti, permette di osservare i processi agentivi e gli orizzonti immaginativi (Crapanzano 2003) di co-costruzione simbolica delle relazioni tra umani, non umani e territorio. Attraverso i processi di generazione e rigenerazione del territorio, questo diviene lente per osservare in una visione complessiva pratiche culturali, forme espressive, modalità dell’abitare e processi di produzione della località, in un’ottica ecologica della cultura (Ingold 2001, 2011). Spazio, luogo e territorio, costrutti culturali trasformativi di interazione e significazione relazionale (Low, Lawrence-Zuñiga 2003; de Certeau 2001; Gupta Ferguson 1997), diventano punto di vista privilegiato per comprendere le dinamiche sociali e culturali nel mondo post globale, suggerendo riflessioni intorno alle inevitabili corrispondenze tra comunità, intese come collettività territoriali, pratiche immaginative del desiderio (Deleuze, Guattari 1972) e costruzione processuale di un senso del luogo (Feld, Basso 1996). Nello specifico, il panel vuole esplorare, da plurimi punti di vista, le forme della “risonanza”, intesa come quel processo di “relazione primaria col mondo” prodotto e produttore di un forte legame responsivo ed affettivo tra territorio e soggetti in termini di co-costruzione e rappresentazione della località (Rosa 2017), nella costante tensione tra questa e la dimensione del desiderio nell’immaginare futuro, presente e passato (Appadurai 2013; Di Pasquale 2019). Partendo da casi di studio etnografici, il panel invita a riflettere intorno alle diverse modalità attraverso cui l’antropologia può osservare etnograficamente le pratiche culturali a partire dalle relazioni con gli spazi, i luoghi, il territorio abitato, immaginato, desiderato.
Keywords: senso del luogo, prospettiva territorialista, patrimoni culturali, risonanza, ecologia della cultura
Lingue accettate: Italiano / English / Français
Sessione I
Giovedì 25/9/25, ore 14.00-15.45, aula Bo02, piano terra
Nicolò Atzori (nicoloatzori9@gmail.com) (Università di Sassari), «Se non ce ne occupiamo è tutto abbandonato». Spazi immaginati e spazi agiti fra riappropriazione, tutela e gestione del patrimonio comune
La postura immaginativa è parte integrante dell’atteggiamento sociale verso il patrimonio culturale, le cui grammatiche si prestano particolarmente al ripensamento dell’uso dei beni comuni che vi si annoverano sul piano locale. Qui, intorno ad un concetto autodidattico di patrimonio, sembra emergere uno slancio creativo verso il quale individui e gruppi concentrano quegli sforzi di «co-costruzione simbolica delle relazioni tra umani, non umani e territorio». In questo come oggetto, processo e amalgama di differenti visioni del mondo e usi dello spazio significato per divenire luogo si specchia l’antropologia (Broccolini 2023), che vi si addentra per saggiare quella vivacità sociale rivolta verso nuovi progetti di partecipazione quasi alla ricerca di modi inediti per uscire dal tempo (Iuso 2023); laddove, ad esempio, espressioni come “itinerario turistico” e “valorizzazione” divengono imperativi-passepartout della dialettica istituzionale. La proposta avanzata intende, pertanto, esplorare le recenti vicende associative che hanno coinvolto una comunità del Campidano centrale, in Sardegna, conducendo alla riappropriazione di alcuni spazi campestri – prima ad uso agricolo e raccoglitivo – e alla riattivazione della Festa dei pastori (civile e religiosa); si tenterà, in particolare, di esplorare il protagonismo dei comitati locali semi-spontanei e nello specifico di quello “dei cinquantenni”, da diversi anni protagonista dell’organizzazione dei maggiori riti dell’anno.
Bianka Myftari (bianka.myftari@yahoo.it) (ICPI), Socialità e costruzione di un senso di comunità intorno alla rete dei Gurdwara dell’Agro Pontino
Nell’intervento si parlerà del Lazio meridionale, un territorio che ha visto negli ultimi decenni una trasformazione del paesaggio antropico avvenuta grazie alla presenza crescente di una “comunità di diaspora” indiana, proveniente prevalentemente dal Punjabi, che dagli anni Ottanta e attraverso diverse fasi migratorie ha iniziato a vivere in questo territorio – il cosiddetto Agro Pontino – già denso di stratificazioni sociali e culturali legate a precedenti migrazioni interne. Il tema dell’indagine è il ruolo che i diversi templi stanno assumendo, in particolare nella costruzione di relazioni sociali, nella trasmissione di pratiche culturali e nella creazione di vincoli di solidarietà comunitaria, attraverso l’analisi dell’organizzazione di momenti festivi e di riunione collettiva, delle modalità di trasformazione di spazi riqualificati in luoghi di culto e dell’organizzazione di un sistema di cooperazione e partecipazione comunitaria che comprende diversi comuni dell’Agro Pontino: Cisterna di Latina, San Vito, Terracina, Fondi, Pontinia, Sabaudia per la provincia di Latina e ancora Lavinio e Velletri nella provincia di Roma. l templi costruiti nel corso degli anni sono diventati punti significativi sul territorio, esprimono leadership territoriali e gruppi di interesse articolati secondo un’organizzazione vasta che si attiva soprattutto nelle occasioni delle celebrazioni collettive.
Michela Buonvino (michela.buonvino@unimol.it) (Università del Molise), Bled Sefrou: ecologie festive, rappresentazioni della località e co-produzione simbolica del territorio
A partire da una ricerca etnografica condotta tra il 2018 e il 2023 a Sefrou, cittadina marocchina situata ai piedi del Medio Atlante, questo contributo indaga le forme attraverso cui il territorio si costituisce come spazio di relazione affettiva, immaginativa e politica nei contesti festivi locali. Il secolare Festival des Cerises, patrimonio culturale immateriale dell’umanità dal 2012, e il più recente Festival d’Ahazij di Sefrou rappresentano potenziali laboratori di co-produzione simbolica della località, in cui le pratiche culturali evocano e attivano risonanze tra soggetti, memorie, paesaggi e forme dell’abitare. L’analisi mostra come questi eventi siano spazi liminali di (ri)generazione del territorio, dove la memoria collettiva e i saperi locali vengono riattivati, reinterpretati e talvolta contesi tra logiche istituzionali di valorizzazione e/o di patrimonializzazione culturale e pratiche di partecipazione comunitaria. Il territorio emerge come soggetto vivo, entità relazionale e dinamica, in cui si esprimono desideri di futuro, visioni del passato e affettività condivise. In questo senso, tali eventi si configurano come strumenti di emersione e rielaborazione delle appartenenze, attraverso i quali i diversi gruppi di una comunità negoziano la propria presenza e visibilità nel paesaggio sociale e politico. Nel contesto di una crescente burocratizzazione e professionalizzazione della cultura, l’etnografia mette in luce anche le tensioni tra processi di inclusione ed esclusione, tra territorialità vissuta e narrazioni istituzionalizzate. Attraverso l’analisi del caso di Sefrou, il paper intende contribuire a una riflessione antropologica sui modi in cui lo spazio festivo può fungere da lente per osservare la co-evoluzione di soggetti e territori, valorizzando un approccio ecologico alla cultura, fondato sulla relazione, l’affettività e l’immaginazione sociale.
Mattia Ferino (mattia.ferino@gmail.com) (Università di Torino), Corpo, territorio e desiderio. Fare futuro oltre l’occupazione in Palestina
In Cisgiordania, area di Yatta, l’abitare è un dialogo intimo e politico tra corpo, territorio e conflitto che genera significati esistenziali.
Per ‘Ali, l’orizzonte del Masafer Yatta è l’intima connessione tra il corpo e il paesaggio, qui ogni metro è impregnato di memoria e resistenza. È il luogo dove «il terreno è connesso al sangue e al corpo», attraverso i gesti quotidiani lo spazio diviene rassicurante in quanto gravido di memoria. Diya trova senso e appartenenza nel campo profughi di Al-Fawwar, dove i vicoli claustrofobici si fanno rete e comunità: ogni sguardo familiare crea un tessuto di relazioni che conferisce stabilità e identità. A partire da spaccati etnografici questo intervento vuole proporre un’idea di abitare come territorializzazione che plasma lo spazio rendendolo luogo (Tuan, Space and Place, 1977); il freddo spazio geometrico si fa relazione intima e il corpo si anima [animacy] (Ingold, Making, 2019), corpo che è in rapporto di retroazione con il luogo dell’abitare e con i suoi attori umani e non umani. Orientarsi, così, significa proiettarsi verso un futuro desiderato. L’abitare diviene risonanza tra corpo e luogo e i desideri cercano una rottura dal potere che li plasma (Butler, La vita psichica del potere, 2013). Desideri che trascendono l’occupazione tracciano nuove possibilità, sostanziando l’abitare come radice indispensabile del fare futuro (Appadurai, Il futuro come fatto culturale, 2014).
Sessione II
Giovedì 25/9/25, ore 16.15-18.00, aula Bo02, piano terra
Chiara Brambilla (chiara.brambilla@unibg.it) (Università di Bergamo), Maria Sangaletti (maria.sangaletti@unibg.it) (Università di Bergamo), Mappare il presente, immaginare il futuro. (In)certezze, desideri e speranze dei/delle giovani nelle valli bergamasche
Il contributo si sviluppa a partire dal materiale etnografico raccolto durante una ricerca-azione incentrata sulla mappatura partecipativa delle iniziative e delle reti che operano per la promozione del benessere giovanile in due valli della provincia di Bergamo (Valle Brembana e Valle Imagna). Le mappe partecipative, la cui realizzazione ha coinvolto attori territoriali eterogenei, non rappresentano dei riferimenti geografici esatti, ma offrono un punto di vista privilegiato per accedere alle percezioni, esperienze e narrazioni dei territori vissuti, trasformando lo spazio in uno strumento di espressione culturale, immaginativa e politica. Le mappe raccontano cosa c’è e chi c’è per i/le giovani, raccontano cosa manca ma anche cosa si desidera. Raccontano le difficoltà del territorio vallare, ma anche le agentività, le attivazioni personali e collettive, i “piccoli” contributi che sognano in grande, sanno sperare. La scelta di cosa includere nelle mappe partecipative realizzate è frutto di un processo di co-costruzione e di co-operazione in cui si intrecciano punti di vista, si sovrappongono esperienze, facendo emergere le relazioni fra persone e spazi che, in una prospettiva ecologica, permettono di “abitare l’esperienza” (Ingold 2019). Vengono così “visibilizzate” attivazioni e direzioni, favorendo la generazione di nuove letture del territorio e di visioni condivise orientate al futuro.
Aldo Di Placido (diplacido.1963353@studenti.uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), “Montelago, la città nomade”: comunità ciclica, risonanza permanente
Ogni anno il Montelago Celtic Fest attira da tutta Italia più di 15mila persone a Serravalle di Chienti (MC) e dal 2006 trasforma per qualche giorno l’Altopiano di Colfiorito in un “soggetto vivente”, fulcro di un notevole investimento emotivo e identitario da parte del «popolo di Montelago». Il MCF è uno dei pochi festival italiani che si ispira al modello anglosassone, basato su “multidisciplinarietà” delle attività proposte (musica, danza, artigianato, rievocazioni storiche, ecc.) e “residenzialità” H24 nel festival (campeggio). La residenzialità temporanea in un’area naturale di montagna allestita ad hoc è un elemento fondamentale del MCF, per cui organizzatori e frequentatori parlano di «città nomade». Ciò dà vita a una “comunità ciclica”, che si rinnova ogni anno col pretesto del consumo culturale di immaginari e patrimoni culturali che vanno dal folklore del Nord Europa al fantasy, prodotta da e producente a sua volta costruzioni di senso del luogo e della socialità, tra passato, presente e futuro. Uno spazio postmoderno (Featherstone 1991) e post-globale in cui “tradizioni”, elementi e immaginari culturali sono rielaborati in un contesto di imprenditoria privata, che lo co-costruisce insieme a orizzonti immaginativi e processi agentivi (Crapanzano 2003) di frequentatori e territorio. Quest’ultimo, con le sue peculiarità, è soggetto attivo nel creare “risonanza” tra i campeggiatori che lo abitano, in linea con la prospettiva ingoldiana dell’ecologia della cultura (Ingold 2016), i quali, inoltre, data la dimensione temporanea del festival, inventano strategie per estendere quella risonanza anche ad altri momenti dell’anno, per «sentirsi come a Montelago».
Laura Bonato (laura.bonato@unito.it) (Università di Torino), Pervasività dell’abitare: popolazione “a tempo” per spazi di qualità nell’arco alpino occidentale
Le comunità alpine, soggette sin dalla fine del XIX secolo a un graduale spopolamento, sono oggi protagoniste di un lento ripopolamento: il fenomeno dei “nuovi montanari”, legato in parte a quello del neoruralismo, sta sicuramente portando nuova vitalità nelle terre alte. Analizzando le motivazioni alla base di questa nuova migrazione verso la montagna si possono scoprire quali siano i suoi punti di forza e al contempo comprendere anche le difficoltà che i nuovi abitanti devono affrontare. I luoghi oggetto dell’indagine di cui si darà sommariamente conto sono segnati da abbandoni e ritorni, da comunità disarticolate e identità ricostruite, da margini obliterati e patrimoni tutelati. Processi virtuosi di sviluppo nascono da ridefiniti rapporti tra abitanti – vecchi, nuovi e di passaggio – e territorio alpino, e orientano le politiche territoriali della montagna: i giovani avvertono nuove opportunità professionali, altri modelli e stili di vita, e che questi luoghi possono essere vivibili. Il montanaro di oggi non è quindi solo chi è nato e cresciuto nelle terre alte: c’è chi sceglie consapevolmente di rimanere a vivere in montagna con tutte le difficoltà che ciò può comportare, dedicandosi a mestieri considerati “primitivi” e degradanti, come l’agricoltura o la pastorizia, o creando nuove realtà economiche grazie alla sapiente commistione di tradizione e innovazione. Il recupero è una pratica dinamica attraverso cui riscattare il passato per pianificare il futuro, intuendo le potenzialità di ciò che è ancora latente ma che può concretizzarsi.
