Panel 32

Alimentare il sociale. Sguardi etnografici sulla produzione e il consumo di cibo nella contemporaneità

Panel 32 / Quarto Convegno Nazionale SIAC “Il ritorno del sociale”, Sapienza Università di Roma, 21-22-23 settembre 2023

Proponenti: Manuela Tassan (Università di Milano – Bicocca), Angela Molinari (Università di Milano – Bicocca)

Abstract

La tradizione antropologica ha riconosciuto esplicitamente nell’alimentazione umana un “fatto sociale totale” (Mauss 1924) che travalica, pur senza misconoscerla, la naturalità di un processo fisiologico legato alla sopravvivenza materiale. In quanto realtà antropopoietiche (Remotti 2013), le pratiche alimentari appaiono come un campo in cui la socialità è costitutiva, non aggiuntiva e accessoria. Eppure, a partire dal secondo dopoguerra, sono in atto dei processi che in modi diversi ne hanno depotenziato la valenza sociale. Da un lato, le strategie produttive dell’agro-business e l’industrializzazione dell’alimentazione hanno generato ingiustizie socio-ambientali, oltre ad aver reso il cibo un referente “opaco”, di cui non si conoscono origini e storia (Schlosberg 2013; Nicolosi 2017). Dall’altro, il progressivo affermarsi del sapere scientifico-nutrizionale e l’ascesa della “salute” a significante egemonico dell’atto alimentare hanno reso questa pratica largamente privata e “astratta” – cioè “separata” dal tessuto comunitario, non solo in senso simbolico ma anche materiale (la tavola, il territorio) (Fischler 2013; Coveney 2006). Il panel invita a riflettere su questi fenomeni a partire da concrete esperienze etnografiche che permettano di esplorare se, e in che termini, si possa parlare di un ritiro/ritorno del sociale in campo alimentare.

Keywords: cibo, produzione, giustizia socio-ambientale, alimentazione, salute

Lingue accettate: Italiano

 

Sessione I

Giovedì 21/9/2023, ore 14.30-16.15, aula IV Facoltà, Primo piano

Eugenio Zito (e.zito@unina.it) (Università di Napoli Federico II), Cibo, salute e socialità nell’esperienza del diabete nel Marocco contemporaneo

Partendo dai diversi significati del diventare diabetici in Marocco, Paese islamico con un’elevata diffusione di tale disturbo metabolico, nel contributo si propone, nell’ambito di un’etnografia avviata nel 2019 nella regione di Marrakech-Safi, poi riconosciuta come Missione Etnologica Italiana in Marocco, tutt’ora operante, un’analisi del complesso rapporto tra malattia cronica e cibo, con un focus sulla centralità simbolica e materiale che quest’ultimo ha sulla scena sociale. L’affermarsi di un sapere biomedico standard sul cibo, che di fatto spinge a “separarlo” dal tessuto comunitario e dai suoi molteplici significati simbolici, religiosi e sociali, e il suo indirizzo salutare scientifico-nutrizionale, forti di una prospettiva evidence-based, hanno un grosso impatto sulla quotidianità delle persone con diabete in Marocco, entrando in conflitto con rappresentazioni e pratiche alimentari ivi prevalenti, come mostra il caso del Ramadan. Diabetologi, pazienti e familiari, per esempio, in questa significativa fase della vita comunitaria, devono districarsi in un complesso spazio conflittuale, dove fondamentali risultano le dimensioni sociali dell’alimentazione. In esso prescrizioni biomediche standardizzate relative a cibo e stili di vita sono spesso in contrasto con i modelli culturali dominanti che strutturano l’identità sociale di quelle stesse persone/pazienti su cui la biomedicina, dimentica di essi e del loro impatto antropopoietico, esercita la sua pressione salutare.

Giulia Sciolli (gs591@cam.ac.uk) (University of Cambridge), “Rimettere il sociale nel piatto” in un centro per disturbi del comportamento alimentare

Basandosi su quindici mesi di ricerca etnografica presso un centro per la cura dei disturbi del comportamento alimentare in Italia, il paper esamina il processo attraverso il quale i professionisti sanitari cercano di separare il cibo dalla relazionalità in cui è immerso, pur continuando – poiché lo sviluppo di un disturbo alimentare si ritiene abbia a che fare, in parte, con “qualcosa andato storto nelle relazioni famigliari” – ad aver bisogno di fare affidamento sul sociale, di reintrodurlo a tempo debito come parte della cura, trasformandolo in strumento terapeutico. Invero, il paper evidenzia i modi in cui, a causa dell’urgenza dei corpi malnutriti dei pazienti, in una prima fase i professionisti ‘scienticizzano’ intenzionalmente il cibo, rendendolo pura “nutrizione” ed eradicando le sue associazioni con la commensalità famigliare. Dal momento che problemi di “nutrimento” attraverso la relazione sono individuati come responsabili dell’impedimento alla “nutrizione”, l’accoppiata nutrimento-nutrizione viene qui temporaneamente spezzata. Eppure, per la stessa ragione, i clinici sono consapevoli di come tale separazione vada mantenuta solo nella fase acuta. L’obiettivo imprescindibile a lungo termine è infatti “rimettere il sociale nel piatto”: il paper quindi mostra come la socialità dei pazienti è qui tanto importante quanto la loro fisiologia, e che la trasformazione dei loro corpi è immaginata come possibile solamente se vengono trasformate anche le loro relazioni.

Sara Gerotto (sarager8@gmail.com) (Centro Studi e Ricerche Internazionale e Interculturale CSI); Valerio D’Avanzo (valerio.davanzo.26@gmail.com) (Centro Studi e Ricerche Internazionale e Interculturale CSI), Contrastare le disuguaglianze alimentari nella città di Bologna: l’esperienza di un progetto di mediazione sociale di comunità

Il contributo proposto si fonda sull’esperienza di un intervento di mediazione sociale di comunità, avviato alla fine del 2021 in un’area particolarmente svantaggiata di Bologna, che mira a migliorare l’alimentazione comunitaria, adottando il paradigma della promozione della salute, in ottica di equità e contrasto alle diseguaglianze. L’acuirsi delle differenze socio-economiche nelle società continua infatti a produrre un aumento delle diseguaglianze in salute, anche attraverso l’accessibilità a buone pratiche alimentari. Caratterizzato da un approccio di ricerca-azione e da un team multiprofessionale e transdisciplinare, tale intervento si concentra in particolare sulla conoscenza e sulla trasformazione dei foodscapes locali, tramite il coinvolgimento di diversi attori sociali (tra cui abitanti dell’area, operatori e operatrici sociali e sanitarie, membri di organizzazioni del terzo settore) e la collaborazione con le istituzioni locali. Questa progettualità ha fatto emergere – dopo il periodo di isolamento esperito durante la sindemia – un desiderio di ritorno alla dimensione sociale e comunitaria del vivere, soprattutto attraverso il cibo. A partire da tale ricerca-azione, è stato infatti possibile mettere in discussione i modi in cui vengono concepite e comunicate raccomandazioni di educazione alimentare, aprendo spazi di risignificazione delle pratiche alimentari, del loro valore – non solo quindi nutrizionale – e del concetto stesso di salute.

Alessandro Guglielmo (alessandro.guglielmo@unimi.it) (Università degli Studi di Milano), “Il cibo colorato non serve a niente”. Negoziare cibo e politica nella Sardegna Rurale

Il cibo è stato ampiamente trattato nella letteratura antropologica, trovandosi a condensare questioni di natura politica, ecologica, sociale e di salute più-che-umana. In questo intervento elaborerò i dati di una ricerca etnografica ancora in corso nella Barbagia, il centro montuoso e rurale della Sardegna; in special modo, discuterò i concetti nativi di “cibo originale” e “colorato” per mostrare come, negli orizzonti culturali emici, il cibo sia sempre inerentemente veicolo di socialità più-che-umane. Dalla scomparsa di peculiari panorami alimentari in conseguenza all’industrializzazione della produzione di cibo, e con essi degli assemblaggi multispecie da cui emergevano, fino alle questioni della pastorizzazione del latte e della produzione di formaggio, mostrerò come nella pastorizia barbaricina si istituisca una netta differenza tra il “cibo originale” e quello “colorato”. Tale differenza, oltre a veicolare valori politici ed identitari, verrà considerata anche nei suoi aspetti etnomedici: il cibo “originale” è percepito come in grado di plasmare un diverso tipo di corpo rispetto a quello creato dai cibi “colorati”. Tali nozioni si connettono con le questioni della sovranità alimentare, della salute più-che-umana e del gastrocolonialismo, permettendoci di apprezzare la profondità sociopolitica degli oggetti alimentari e fornendoci strumenti con cui analizzarli, sempre più necessari nella attuale situazione Capitalocenica.

Laura Volpi (laura.volpi@unimi.it) (Università di Milano), Uomini fatti di sale. Il ritorno all’estrazione e al consumo del salgemma nell’Amazzonia peruviana

Per i kichwa dell’Amazzonia peruviana il salgemma rappresenta una risorsa preziosa che non si configura come un semplice bene di consumo. Esso viene considerato un affine dei fluidi corporei che, come tale, contribuisce al prodursi delle relazioni sociali.
A seguito dell’istituzione del monopolio statale su questa risorsa (1969) il governo peruviano impedì ai nativi l’estrazione dai giacimenti situati in foresta. Con le successive campagne sanitarie per contenere il cretinismo, la proibizione sul consumo di sale non iodato divenne ancora più rigida. Ai controlli delle forze di polizia si sommarono quelli del personale sanitario che, entrando nelle case indigene, provvedeva alla confisca di questo minerale (Chaparro 2020). La popolazione nativa sviluppò così una dipendenza economica e alimentare dal mercato agroindustriale, assistette alla perdita dei propri territori ancestrali e osservò il lento abbandono di alcune pratiche culturali legate al salgemma. Con questo intervento desidero focalizzarmi sul recente ritorno indigeno ai giacimenti di sale e alla sua estrazione. Quanto al primo profilo, mostrerò come la riscoperta dei sentieri ancestrali sia veicolo di ricostruzione delle comunità e delle relazioni inter-claniche. Quanto all’uso, spiegherò come lo specifico consumo del sale di cava rappreseti una potente pratica antropopoietica (Remotti 2013), in grado di stabilire la distinzione che tra chi può dirsi realmente umano (ovvero persona relazionale) e chi non può farlo.

Sessione II

Giovedí 21/9/2023, ore 16.45-18.30, aula IV Facoltà, Primo piano

Giovanna Guerzoni (giovanna.guerzoni@unibo.it) (Università di Bologna), Policy, behavior and education: cosa è in gioco nelle mense scolastiche

I momenti della routine quotidiana dedicata al pasto abitano oggi anche, se non soprattutto, spazi pubblici. Tra questi particolare interesse riveste il momento del pasto a scuola. Solo qualche anno fa, le mense scolastiche assursero alla cronaca diventando luogo privilegiato di analisi di politiche locali che producendo un’accessibilità differenziata alla mensa scolastica inducevano pratiche di discriminazione istituzionale per i bambini delle famiglie con background migratorio. Il contributo intende approfondire, da un lato, le dimensioni di depotenziamento della valenza sociale del momento del pasto a scuola e, dall’altro, le potenzialità educative che proprio questa routine potrebbe avere e, alle volte, fornisce. Tale riflessione si avvale di un primo contributo di analisi reso possibile dal progetto PNRR PE10 “ONFOOD” (2022) a cui partecipa un gruppo interdisciplinare di antropologhe e pedagogiste del Dip. di Scienze dell’Educazione – Unibo. Si tratta di una ricerca applicata ai contesti scolastici del territorio emiliano su “Policy, behavior and education” che approfondirà – in una prospettiva che interconnette micro, meso e macro – la relazione tra pratiche e rappresentazioni sull’alimentazione dentro e fuori la scuola di insegnanti, famiglie e bambini, stakeholders con l’obiettivo di attivare azioni per ri-pensare l’alimentazione e l’educazione all’alimentazione e sostenibilità a cui non può essere esclusa, ma anzi necessariamente incorporata, la dimensione sociale.

Gaia Cottino (gaia.cottino@unige.it) (Università di Genova), Regolare i pasti: Il cibo tra alimento e nutrimento nei Centri di Accoglienza Straordinaria delle montagne cuneesi

Il cibo che viene servito dalle istituzioni pubbliche -educative, di cura e detentive- è ancora poco indagato dalle scienze antropologiche in Italia, nonostante sia stato un importante strumento di esercizio del potere che ha contribuito al disciplinamento e controllo dei corpi anche in ambito istituzionale (Amir, Barak-Bianco 2019; Cerbini 2012; Cuturi 2022). Il contributo qui proposto intende analizzare le relazioni alimentari, tra imposizioni istituzionali e resistenze, all’interno del sistema di approvvigionamento ed erogazione dei pasti di cinque centri di accoglienza nelle valli cuneesi. Se le regole del HACCP e le tabelle nutrizionali ministeriali hanno cristallizzato il cibo erogabile nella sua mera funzione nutrizionale, le pratiche culinarie messe in atto dai richiedenti asilo che vivono all’interno dei centri si sono rivelate tattiche di ricostruzione e riordino che ne restituiscono invece la sua natura alimentare (Fischler 1998). Abitudini e modelli alimentari, gusti e disgusti, sostanze totemiche e manipolazioni culinarie per rendere palatabile ciò che non rientra nella grammatica alimentare di chi abita i centri, invitano il ritorno del sociale nella costruzione dei servizi alimentari alla persona, in particolare in contesti di convivenza forzata. Tuttavia, e nonostante le esplicite richieste degli operatori di un contributo delle scienze sociali, il ricorso alle scienze della nutrizione come unico sapere amministratore sembra piuttosto alimentarne il ritiro.

Francesca Benedetta Felici (francesca.felici@unimol.it) (Università del Molise), Le pratiche di assistenza alimentare tra disciplinamento e resistenza

Il cibo è un elemento fondamentale nella costruzione delle identità sociali e nel modo in cui ogni comunità umana definisce la propria diversità rispetto agli Altri (Fischler, 1988).
Tuttavia, il cibo può rappresentare anche uno strumento del potere, quando esso viene percepito da una certa comunità come imposto dall’esterno. Considerando, ad esempio, i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) in Italia, è stato dimostrato come il regime dei pasti, le tabelle nutrizionali, l’interruzione della relazione culinaria con il cibo si manifestano in essi come forme di esercizio del potere istituzionale sui corpi degli “ospiti” (Cottino, 2022). Partendo dalla letteratura esistente in materia, la presente ricerca vuole svolgere un’etnografia del sistema di assistenza alimentare in Italia. Nelle situazioni di aiuto alimentare tradizionali, ovvero quelle in cui il “pacco alimentare” precostituito viene distribuito alle persone in difficoltà, si verifica un’assenza di reciprocità tra chi dona e chi riceve, producendo una disuguaglianza di potere e una riduzione identitaria dei beneficiari. Gli aiuti alimentari distribuiti non considerano la soggettività del ricevente, tra cui i suoi gusti gastronomici, l’identità socioculturale e il bisogno della relazione culinaria con il cibo. Le pratiche di assistenza alimentare, in questo caso, si rivelano una lente attraverso la quale è possibile osservare le pratiche di disciplinamento sui corpi e le soggettività dei beneficiari.

Davide Porporato (davide.porporato@uniupo.it) (Università del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro); Gianpaolo Fassino (gianpaolo.fassino@uniupo.it) (Università del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro), Le ragioni della terra: etnografie dell’agricoltura piemontese

La relazione presenta i risultati di un progetto di ricerca, avviato nel 2017 e finalizzato a indagare con un approccio qualitativo alcune aziende agricole piemontesi che adottano sistemi produttivi non riconducibili all’agroindustria. La ricerca etnografica ha tenuto conto dei quindici areali in cui il territorio piemontese è stato suddiviso dalla Regione nell’ambito del suo piano paesaggistico. Per ciascun areale sono state indagate almeno due realtà imprenditoriali rappresentative di filiere diverse. La ricerca ha prodotto 34 video-interviste, che da un lato presentano originali modelli organizzativi, e dall’altro evidenziano le ragioni, le motivazioni, le scelte creative di questi imprenditori. Talvolta si tratta di “neocontadini”: attori sociali che si sono avvicinati al mondo agricolo non per continuità con l’impegno famigliare, ma per scelta. Le realtà indagate, un numero esiguo se rapportato alle oltre 50.000 aziende che costituiscono il sistema agricolo regionale, sono una minoranza creativa che opera per mantenere un forte legame col territorio, per recuperare le produzioni su piccola scala e per adottare sistemi sostenibili. Le loro azioni tendono a sviluppare una forte alleanza tra chi produce il cibo e chi lo consuma, consentendo di riconsiderarlo e ripensarlo non alla stregua di una merce come tutte le altre e di scongiurare il pericolo evidenziato da Carlo Petrini, con una formula icastica, di «essere mangiati dal cibo».

Elena Apostoli-Cappello (elena.apostolicappello@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), Politizzazione della produzione agro-alimentare su piccola scala. Due casi etnografici in Nord Italia

Questo intervento si concentra sulla sostenibilità della produzione alimentare su piccola scala intesa come fonte di legittimazione politica. Esplorerò gli immaginari politici e il futuro come risorsa cognitiva di due piccole comunità agricole del Nord Italia, discutendo cosa significhi concretamente la trasformazione verso la sostenibilità e come questa definizione possa essere usata strategicamente nelle negoziazioni politiche per accedere alle risorse. Radicato etnograficamente, il mio studio utilizza la riflessività e il posizionamento del ricercatore come strumento per comprendere meglio i quadri sociali e culturali degli agricoltori, i relativi conflitti e le strategie di sopravvivenza. Vengono qui esaminati i regimi temporali, per cogliere i processi di creazione di identità e di differenziazione tra i contadini, evidenziando l’intreccio tra aspirazioni utopiche e nostalgie strutturali. A tal fine, si analizzano le pratiche agricole e i discorsi politici coinvolti nella trasformazione e nell’uso del territorio, studiando la produzione e la ricezione dei regimi discorsivi associati. La ricerca mette in evidenza la permeabilità dei registri politici e i frequenti spostamenti tra logiche progressiste-emancipatorie e nostalgiche-identitarie in un mondo legato all’agricoltura di piccola scala, politicizzato in vari modi.

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