Panel 21 / SIAC 2025

Umano e non umano. Speranzose disperate coesistenze

Panel 21 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”

Matera, 25-27 settembre 2025

Proponenti: Maria Benciolini (Cooperativa Eliante), Francesco Della Costa (Università di Milano – Bicocca), Flavio Lorenzoni (Sapienza Università di Roma)

Abstract

In territori ad alta valenza ecologica e culturale si manifestano tensioni profonde tra diversi modi di concepire la natura e le relazioni con il non umano. A politiche di conservazione ambientale percepite come calate dall’alto e musealizzanti si contrappone l’immaginario idilliaco e contraddittorio di comunità locali in simbiosi con l’ambiente circostante che hanno preservato gli ecosistemi per millenni, narrazione che attinge dalle categorie della demologia e dal folklore. Emergono dunque visioni diverse, spesso conflittuali, della natura e sul modo di rapportarsi ad essa: da un lato il tentativo di proporre una visione relazionale tra ambiente e umano, dove la natura è co-protagonista; dall’altro il paradigma naturalista dell’ambiente come spazio separato dall’azione umana. In questo scenario emergono le soggettività non umane come agenti politici involontari di tali dispute. Il panel raccoglie esperienze di ricerca sulle modalità di relazione più o meno conflittuale che emergono dai contesti: quali speranze e desideri derivano dalle diverse visioni di natura? Quali scenari causano disperazione? Invitiamo a interrogarsi anche sul posizionamento e gli strumenti di analisi del ricercatore, tra implicazioni etiche, metodologiche ed epistemologiche. In che modo la ricerca antropologica partecipa alla costruzione di rappresentazioni della natura e dei soggetti coinvolti? Quali sono i rischi di una ricerca che interagisce con dinamiche di potere e con narrazioni già esistenti?

Keywords: coesistenza, relazioni, politiche, visioni, posizionamento

Lingue accettate: Italiano / English

 

Sessione I

Giovedì 25/9/25, ore 14.00-15.45, aula Ao12, piano terra

Gabriele Volpe (g.volpe@unibo.it) (Università di Bologna), Il ritorno del selvatico. Antropologia della coesistenza in Emilia-Romagna

Dopo un secolo di assenza Canis lupus italicus ha ricolonizzato il territorio italiano. Dalle aree selvagge, alle soglie delle grandi città, il ritorno del predatore pone una sfida alla coesistenza tra umano e non-umano. In questo paper, a partire da uno studio etnografico multispecie, intendo esplorare il rapporto uomo-lupo nel contesto dell’Emilia-Romagna, evidenziando la capacità di agency dell’animale. La crescente prossimità geografica tra umano e non-umano genera contact zones (Isaacs et al. 2019) che coinvolgono il lupo come soggetto in grado di ridefinire determinate pratiche umane su scalarità differenti (Tsing 2005), interessando le sfere culturali, politiche, sociali, economiche, scientifiche ed ambientali. Tale complessità investe una dimensione conflittuale del contatto, contrapponendo gruppi umani in merito alla rappresentazione culturale del lupo e del mondo naturale. In tale contesto, ciò che conta è il monopolio delle condizioni morali di accesso all’animale (Dalla Bernardina 2002), ove l’incontro, fisico e immaginato, concentra una stratificata componente emotiva. Risulta cruciale affrontare la convivenza riflettendo intorno al ruolo del “saper fare” antropologico (Ingold 2014) come strumento di mediazione tra istituzioni, cittadinanza e sapere scientifico, tenendo in considerazione i limiti e le potenzialità di un approccio etnografico multispecie nel contesto dell’Emilia-Romagna, approfondendo infine le diverse pratiche di advocacy sul territorio.

Flavio Lorenzoni (flavio.lorenzoni@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), Tra conservazione e coabitazione. Sistemi valoriali in conflitto?

Il presente intervento propone una riflessione sulle tensioni che emergono nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nel quale comunità umane, istituzioni di governance del territorio e soggettività non umane si trovano a coabitare in uno spazio ecologicamente e culturalmente denso. A partire da un lavoro etnografico tutt’ora in corso nell’Alta Valle del Sangro, l’intento proposto è di esplorare il conflitto tra due regimi di valore e di visione del mondo: da un lato il Parco come attore istituzionale che mobilita un sapere ecologico scientifico atto ad organizzare lo spazio e il territorio secondo logiche che privilegiano la tutela e la conservazione degli ecosistemi; dall’altro le comunità locali, in particolare gli allevatori, che rivendicano un sapere incarnato e tradizionale, fondato su una coabitazione definita storica o addirittura ancestrale con il non umano Al centro del conflitto si colloca la costruzione della “natura” come spazio separato, oggetto di valorizzazione patrimoniale e turistica, ma anche di esclusione e disciplinamento. L’analisi si basa su una prospettiva decostruttiva, che interroga criticamente categorie come “tradizione”, “conservazione”, “biodiversità”, mostrando come queste diventino strumenti politici e dispositivi identitari. L’intento è di riflettere inoltre sul ruolo e sulle responsabilità epistemologiche ed etiche di una ricerca di stampo antropologico che interviene in simili contesti.

Maria Benciolini (benciolini@eliante.it) (Cooperativa Eliante), Sperare per gli orsi e sperare con gli orsi: prospettive di coesistenza con l’orso bruno marsicano in appennino centrale

Questa proposta esplora alcuni aspetti della coesistenza con l’orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus), sottospecie in pericolo critico di estinzione, negli Appennini centrali. Con una popolazione di meno di 60 individui, questa sottospecie è al centro di preoccupazioni, immaginari e aspirazioni umane molteplici e a volte contrastanti. A partire da una ricerca etnografica, lo studio analizza come la coesistenza venga intesa e praticata in modo diverso da vari gruppi: per i conservazionisti può rappresentare una speranza ecologica e una cura interspecifica; per i residenti e gli agricoltori può evocare attaccamento, risentimento o un adattamento pragmatico; per i turisti significa natura selvaggia e autenticità. Queste prospettive sono radicate in storie situate, regimi di uso del territorio ed ecologie morali, che fanno della coesistenza un processo conteso e dinamico. L’orso non è semplicemente un oggetto delle politiche di conservazione, ma un coinquilino che mette in discussione le dicotomie tra selvatico e domestico, umano e non umano, minaccioso e carismatico. La coesistenza, in questo senso, non è un obiettivo fisso, ma una negoziazione continua, plasmata da cultura, rischio, memoria e interdipendenze multispecie. Dando rilievo a queste narrazioni e alla pluralità di desideri, si intende invitare a ripensare la conservazione come una pratica relazionale e un processo multispecie di “becoming-with” (Haraway 2007). Si sostiene inoltre che prestare attenzione alle diverse prospettive che strutturano le relazioni tra esseri umani e orsi non sia un compito secondario, bensì un elemento essenziale per costruire forme etiche e durature di convivenza nei paesaggi condivisi.

Ferdinando Amato (ferdinando183@gmail.com) (Università di Perugia), Dentro e fuori le reti. Pescatori, pesci e altri animali al Trasimeno

La pesca di cattura al lago Trasimeno è una pratica incerta, il cui fine non può essere né calcolato né supposto. Non basta uscire in barca e mettere le reti per essere certi del risultato, perché l’attività del pescatore si basa sull’esistenza sperata, desiderata e presupposta dei pesci (Almeida 2013) sotto la superficie invisibile del lago. “È il pesce che si fa prendere dal pescatore” dicono al Trasimeno e non il contrario, almeno nella pesca “passiva”, perché attività predatoria di attesa e non di caccia, non è il pescatore che insegue la preda ma è la preda che finisce nella sua trappola. Ma allo stesso tempo, il pescatore, ponendosi al di sopra degli altri abitanti del lago, nel ruolo di principale predatore ed eleggendosi attore protagonista del Trasimeno, ha finito con l’allontanarsi dai suoi vicini e conviventi non-umani, separandosi dall’ambiente in cui vive, in un processo di auto-estrazione dalle comunità biotiche e messa al di fuori della Natura (Morizot 2020), non solo a livello ambientale e comunitario, attraverso pesche spregiudicate, immissione di specie alloctone, semine e riproduzioni controllate; ma anche sotto l’aspetto legale, per mezzo dell’istituzione del Parco Regionale del Lago Trasimeno. Questo livello di relazione, competizione e conflitto oggi si estende a tutte le specie non-umane del lago: sia ai pesci, autoctoni o alieni al Trasimeno; sia alle altre specie animali, terrestri e volatili, che sono parte del Lago e del suo ambiente.

 

Sessione II

Giovedì 25/9/25, ore 16.15-18.00, aula A012, piano terra

Lene Faust (lene.faust.anthro@gmail.com) (University of Bern / University of Siegen), Conflictual coexistence: Exploring more-than-human relationships in religious practices

A central question in social and cultural anthropology concerns the ways in which human-environment relationships are conceptualized and understood. Recently, the environment has returned to the center of anthropological research due to the rise in ecological crises, prompting new perspectives on nature and the ways in which humans relate to it (Harraway 2003; Latour 2015; Franke & Albers 2012; Tsing 2017). The proposed contribution focuses on the (conflictual) coexistence of humans and nature in geographical areas where nature poses significant challenges due to a high risk of natural disasters. Drawing on anthropological research conducted in Catania, it explores how residents cope with the highly active volcano, Mount Etna, in their daily lives and through religious practices. Mount Etna has caused destruction in Catania multiple times over the centuries (Behnke 2021). In 2013, Mount Etna was declared a UNESCO World Heritage Site, a fact that, among other things, points to the ambivalent relationship between humans and the volcano. Just as the city has been repeatedly rebuilt after various destructions by lava and earthquakes, patterns of interpretation and practices of interaction with the volcano have changed. Against this backdrop, the proposed contribution explores how the cult of the patron saint of Catania, Agatha, is shaped by complex and conflictual relationships with the volcano – an environment both fascinating and profoundly hazardous. The patron saint is deeply intertwined with the volcano, playing a crucial role for Catanese identity formation. In doing so, the paper also aims at contributing to the methodological discussion on researching more-than-human relationships, which are often embedded in the deep cultural layers of societies and their religious practices.

Claudia Terragni (claudia.terragni@dottorandi.unipg.it) (Università di Perugia), Resistenza più-che-umana: potenzialità e rischi

La ricerca multispecie degli ultimi anni è sempre più ricca di indagini etnografiche che riconoscono forme di agentività ad entità non umane all’interno dei conflitti ecosistemici. La sregolatezza e l’indocilità di piante, animali e processi ambientali sembrano intersecarsi all’attivismo umano per la salvaguardia del territorio, attraverso ciò che è stata definita resistenza più-che-umana, multispecie o interspecie. Il presente contributo si basa su uno studio di campo della durata di un anno nel contesto delle occupazioni forestali in Germania, comunità di tree-sitters che vivono in piattaforme sugli alberi per impedirne l’abbattimento. Da un lato, l’intervento mira ad esplorare l’anima al contempo materiale, affettiva, etica e politica di una resistenza che si articola a partire dalla relazione tra umane ed entità non-umane. Questo incontro significativo permette di radicare la lotta in un’epistemologia della natura basata sulla dimensione entangled della vita, in alternativa al dualismo che legittima sfruttamento e distruzione interspecie. Dall’altro, lo scopo è quello di evidenziare i limiti del paradigma più-che-umano: il rischio di sussumere o domesticare ontologie indigene al corpus di sapere Occidentale; di occultare forme di ingiustizia intra-specie e oppressioni intersezionali umane; di ostacolare la responsabilizzazione di un sapere che non rimanga neutrale e apolitico, in una produzione accademica elitaria e settaria.

Barbara Aiolfi (barbara.aiolfi@unimib.it) (Università di Milano – Bicocca), Francesco Della Costa (francesco.dellacosta@unimib.it) (Università di Milano – Bicocca), Cogliere i frutti del bosco. Crisi delle rappresentazioni di natura in Val Camonica e nella Valle del Giovenco

I saperi legati alla raccolta delle erbe commestibili, il foraging, dei piccoli frutti, dei funghi e di altri prodotti del bosco sono i saperi dell’incolto, che non sono sempre solo legati al mondo vegetale. Allo stesso modo la frutticultura in ambienti montani non può non porsi al limite tra i mondi del colto e dell’incolto. La crisi attuale delle rappresentazioni di nature mostra inedite forme di consapevolezza dell’interdipendenza delle forme di vita la cui esistenza si intreccia e rende possibile quella degli animali umani e nonumani. Essa pone l’attenzione sulla connessione tra gli aspetti alimentari e gastronomici e quelli economici ed ecologici che si caratterizzano per essere sempre dinamici, storicizzati, aperti ai cambiamenti socio-culturali e anche al cambiamento atmosferico. Le nostre ricerche etnografiche in Val Saviore, valle laterale della Val Camonica, nelle Alpi centrali, e nella Valle del Giovenco, negli Appennini abruzzesi, mostrano le trasformazioni in corso, gli spaesaementi e le risposte, talvolta conflittuali, di abitanti e istituzioni di questi territori al disorientamento creato dalle specie vegetali e animali in estinzione, da quelle “invasive”, da ciò che “non è più nello stesso posto”. Il contesto inedito di crisi in cui siamo immersi, per essere abitato, ha bisogno di nuovi alfabeti condivisi, di nuove tassonomie ecologiche e di ritrovare la connessione e l’interdipendenza tra forme di vita e quindi anche tra forme di conoscenza.

Annalisa D’Orsi (annalisa.dorsi@uniupo.it) (Università del Piemonte Orientale), “La separazione è un’illusione ottica” (M.E. Pastore). Le risaie e l’emergere di una nuova cultura della sostenibilità

Frutto di due anni d’indagine sul campo nel mondo del riso, con particolare attenzione all’areale vercellese e pavese, la mia ricerca etnografica ha documentato un caso molto interessante di alleanza fra agricoltori e biologi della conservazione. L’ampia area pianeggiante fra Piemonte e Lombardia votata alla produzione del riso è infatti considerata, storicamente, un prezioso habitat di sostituzione per molte specie legate agli ambienti acquatici. La ricerca ha raccolto le storie di vita e il pensiero di numerosi risicoltori che, in quello che è considerato il più grande distretto agro-industriale europeo, hanno assunto, nel corso degli ultimi anni, un importante ruolo di leadership nella transizione verso metodi di coltivazione più sostenibili. Il successo del loro modello è basato sull’adozione di un paradigma di pensiero che valorizza una visione relazionale dell’agricoltura e promuove importanti forme di partenariato multispecie: con la vita microbica del terreno, con numerose piante spontanee e coltivate, con la fauna selvatica, con le greggi di alcuni pastori itineranti. Si tratta di una concezione dell’agricoltura estremamente diversa da quella predicata dalla rivoluzione verde e che restituisce esplicitamente agency al coltivatore, all’ecosistema e al riso stesso. Le interviste, consultabili tutte pubblicamente nell’archivio web Granai della memoria, mostrano chiaramente le potenzialità delle pratiche agricole e del sapere naturalistico quando abbandonano una logica di contrapposizione, trasmettendo un forte senso di speranza. L’antropologo ha anche l’impressione di assistere alla nascita di una nuova cultura.

 

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