Panel 20

Impolitic bodies for official policies. Interfaces and contradictions in the relationship between lives at the edge and the production of the norm

Panel 20 / Quarto Convegno Nazionale SIAC “Il ritorno del sociale”, Sapienza Università di Roma, 21-22-23 settembre 2023

Proponenti: Cristiana Panella (Royal Museum for Central Africa, Tervuren), Isabella Clough Marinaro (John Cabot University, Rome)

Discussant: Piero Vereni (Università Tor Vergata di Roma)

Abstract

The processes by which nation is continuously (re)constructed involve a value discrimination whereby the social “backwardness” that the state attributes to certain economically liminal actors is often accompanied by moral, aesthetic and juridical connotations. A well-known example were Herzfeld’s Cretan artisans whose “obsolete” corporeality – incarnating the archaic heroic values of animal thieves (klèftes) that flowed into the resistance against Ottoman occupation – was repudiated by the modern Greek state intent on promoting an Attic culture more in line with European neoclassical tastes (Herzfeld 2003). This panel explores the facets that processes of marginalization, informalization and illegalization take on, through two distinct tracks. The first is ethnographic and focuses on the political construction of the “impolitic” bodies classified as “informal” or “illegal” that counter the norm. It addresses the shifting nature of their statuses; the interconnections between opacity and transparency (like in the case of artisanal miners in sub-Saharan Africa), between inclusion and exclusion (such as Italian policies to incorporate Roma bodies), and how the actors concerned respond through resistance and adaptation. The second track invites studies on the charisma of corporeality and its social and spiritual roles of subversion and integration. Theoretical, historical, philosophical, artistic, museograhic and literary approaches that cross different time periods are welcome.

Keywords: body/corporeality, informality/illegality, estrangement, liminality, political normativity

Lingue accettate: Italiano / English / Français

 

Sessione I

Venerdì 22/9/2023, ore 9.00-10.45, aula IV Facoltà, Primo piano

Marco Solimene (solimene@hi.is) (University of Island), Stuck in transition: Semantic entanglements and housing policies for Roma in Rome (Italy)

For decades the governance of Rome’s Romani population revolved around “Nomads Plans” that treated thousands of Roma as backward, deviant and threatening individuals, and forced them to socio-economic precarity and segregation in urban ghettos. After EU and national frameworks for Roma inclusion questioned nomadism as main asset of Roma identity and campi nomadi as proper housing solutions, the city authorities proclaimed a change of approach. They thus started systematically denying Roma mobility (even in case of families actually practicing itinerant livelihoods) and inaugurated the “housing transition” policy (from campi nomadi to houses). However, the biopolitical equivalence between Roma and “Nomads” continues surreptitiously framing discriminatory institutional frameworks; besides, Roma settlements are being bulldozed (or risk being demolished) in the name of a transition process that often remains stranded, leaving families in further precarious conditions. Building on long-term ethnographic fieldwork with Bosnian Roma families living in the Roman peripheries, this paper explores the intersection of (in)formalization/(il)legalization and shifting semantic entanglements revolving around the identification of Roma with (or their dissociation from) mobility and nomadism. It thus critically addresses recent interventions that aim at tackling urban poverty and ethnic segregation without an actual interlocution with the camps’ inhabitants.

Michela Buonvino (michela.buonvino@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), «Danzare per lo Stato marocchino»: festivalizzazione culturale, depoliticizzazione e riarticolazione dell’identità nazionale nel Marocco contemporaneo

La presente proposta trae origine dal mio progetto di ricerca dottorale concernente le relazioni tra performance culturali corporee, politiche dell’identità e processi di costruzione di una sfera pubblica nazionale e islamica marocchina. In questa sede approfondiremo i rapporti tra la definizione delle politiche statali di mise en festival della cultura e l’elaborazione di specifici meccanismi di riarticolazione dell’identità nazionale. Ci occuperemo del caso dei berberi, le cui manifestazioni culturali sono state oggetto di energici processi di folklorizzazione interna e di mercificazione culturale. Lo Stato tenta, attraverso la festivalizzazione culturale, l’integrazione strategica della cultura amazighe all’interno di una retorica della resistenza, facendosi primo orchestratore di processi di reinvenzione della storia e di re-immaginazione della comunità nazionale. Tali dinamiche si realizzano tramite l’esercizio di una depoliticizzazione, frutto di strategie ingegneristiche assai articolate: élites politiche neo-lealiste mobilitano gruppi di attori, includendoli o escludendoli dalla sfera politica. Si analizza il fenomeno in termini di nessi tra tecnologie pratiche di governo e produzione di saperi, considerando la dimensione microfisica dello Stato e la produzione corporea del senso comune che lo legittima. La mia analisi avrà per oggetto una serie di incontri tra performative subjects i quali, tutti, elaborano, selezionano, incorporano una serie di rappresentazioni.

Federico Reginato (federico.reginato@unito.it) (Università di Torino); Claudia Ledderucci (claudia.ledderucci@unito.it) (Università di Torino); Ibrahima Poudiugou (ibrahima.poudiougou@unito.it) (Università di Torino), L’uso politico del sociale.  Riflessioni sui processi di formazione dell’appartenenza politica tra Polinesia, Mali e Marocco

L’economia di hashish in Marocco tra crimine e dissidenza. La mobilitazione armata nel Mali centrale come strategia di carriera. L’educazione dei giovani “disagiati” operata dell’esercito, in Polinesia francese. Attraverso un dialogo a più voci, questi terreni a prima vista disconnessi ci hanno permesso di riflettere sulle dinamiche e le forme dell’appartenenza politica: con la quale facciamo riferimento ad un “problema dello Stato” – quello della costruzione della legittimità e dell’integrazione di comunità e processi marginali – ma anche ad uno spazio di interazione e di soggettivazione. A partire da una prospettiva comparata sono potuti emergere i modi differenziati con cui vengono riconosciuti e integrati corpi e fenomeni che sfuggono alla sovranità, attraverso una regimentazione del sociale concretizzata da norme, saperi e istituzioni: e che ritroviamo nel governo per archetipi (Marocco), nella cooptazione di rappresentanza (Mali) e nella pedagogia identitaria (Polinesia). Inoltre, abbiamo visto in tali processi dei campi di confronto e posizionamento degli attori, determinati dall’intreccio di visioni e progettualità, da una pluralità di forme di intermediazione e competizione. La conversione di chef militari in élite politiche, la promozione di broker della cannabis e la trasformazione di jeunes en difficulté in citoyens autonomes, sono altri esempi del nostro “inventario delle differenze” a partire da cui pensiamo, coralmente, la questione dell’appartenenza politica.

 

Sessione II

Venerdì 22/9/2023, ore 11.15-13.00, aula IV Facoltà, Primo piano

Sara Marilungo (sara.marilungo@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), Abolitionist care: cura e conflitto lungo la Rotta Balcanica

Gli studi critici sulle migrazioni si sono recentemente caratterizzati per la comparsa di un insieme di riflessioni note come Autonomia delle Migrazioni, che consente di rifiutare la rappresentazione della mobilità come flusso che risponde a regole di spinta e attrazione, leggendola come un campo conflittuale in cui le persone migranti sono soggetti politici capaci di agire e trasformare i rapporti di forza esistenti. In particolare, l’attraversamento illegalizzato delle frontiere – analizzabile nel contesto della Rotta Balcanica – appare come una mobilitazione politica e sociale caratterizzata da un’azione politica incarnata, collettiva e non conforme che configura un conflitto radicale contro la logica razzializzata statalnazionale che costruisce determinati corpi come “illegali”, inserendoli in una gerarchia di vite funzionale al controllo delle soggettività razzializzate. In questo contesto, emerge la necessità di indagare le pratiche di solidarietà e cura che si sviluppano tra le persone migranti e in loro supporto, in quanto rappresentano una lotta politica che riguarda la possibilità di organizzazione per un cambiamento radicale. Nello specifico, ciò che è stato definito come “abolitionist care” riguarda le pratiche di cura costruite da e per le persone migranti con l’obiettivo di resistere e smantellare il regime di frontiera razzializzato e violento frutto della strategia neoliberista che vorrebbe fermare e controllare la mobilità delle persone illegalizzate.

Giacomo Becatti (giacomu@gmail.com) (Ricercatore indipendente); Silvia Antinori (sil.antinori88@gmail.com) (Sapienza Università di Roma), Corpi impolitici per economie liminali: una etnografia alle periferie sessuali della nazione

In questo paper si vuole prendere in analisi il caso etnografico dei corpi trans che abitano i margini della città di Roma e che in maniera intermittente e fallibile si affacciano ai servizi in quanto alternatamente migranti (dunque accolti o meno secondo le pratiche della soggettivazione giuridica dell’asilo), non etero-normati e sex worker (dunque soggetti agenti e agiti di un’economia anche morale ed estetica). Si vuole perciò illustrare quanto, a dispetto della presa in carico dell’alterità sessuale all’interno dei sistemi di tutela della “differenza”, o forse proprio in virtù del fatto che essa «non è più esclusa a priori dalle formazioni nazionali […], una forma eccezionale di etero-normatività è ora congiunta con una analoga di omo [e trans-]normatività» (Puar 2007), producendo di conseguenza anche soggettività ed esperienze altre in quanto difformi dalle sue norme: corpi liminali in esubero che costituiscono comunque una popolazione economicamente e simbolicamente disponibile. Le persone incontrate, spesso rappresentanti di una migrazione che si può definire longeva e condannate a margini di cui sono pur oramai competenti, possono reclamare un loro riscatto secondo le stesse politiche omo-transnormative dischiuse in tempi più recenti della loro “venuta al mondo sociale” nostrano, all’insegna di una agency imprevista.

Arianna Colombo (arianna.colombo@edu.unige.it) (Università di Genova); Riccardo Malatto (malatto.r@gmail.com) (Università di Bergamo), Corpi che interrogano: anatomie della fuga

Il processo di esternalizzazione delle frontiere d’Europa verso il “il sud globale” è accompagnato da un processo di internalizzazione delle stesse che le riproduce dentro le città fino a farle coincidere con il corpo di chi le attraversa illegalmente. Questa cartografia della violenza è lo sfondo da cui emerge una figura ben precisa: il corpo migrante, un corpo segnato dai dispositivi statali che, in un continuo processo di “inclusione differenziale” (Mezzadra 2014), stabiliscono chi è ammesso o rifiutato nella Fortezza Europa. Anche per questo il corpo diventa oggetto e prova del sapere, un luogo da interrogare per definire tanto la credibilità di un vissuto quanto l’appartenenza alla categoria di vittima (Fassin 2007). A partire dal concetto di stasis (Campt 2017) esploreremo le tensioni fisiche e grammaticali del corpo diasporico (De Genova 2013) attraverso immagini e lavori artistici. La nostra riflessione vuole indagare la materia di questo corpo, le relazioni che lo fanno esistere, interrogando le ripetute ed efficaci marcature (Spiller 1987) che lo compongono, quelle segnature che diventano sintomi e persino patologie. L’ipotesi da cui partiamo è che i sintomi espressi dai corpi dei richiedenti asilo e immigrati irregolari siano forme di coscienza storica (Taussig 1984): non solo segni diagnostici di un corpo-archivio, ma insorgenze a una possibile resistenza contro quel sistema dominante che li mette in forma come soggetti senza storia e quindi senza diritti

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