Panel 18 / SIAC 2025

Selvatiche disper-azioni: abitare la montagna, immaginare mondi, costruire futuri

Panel 18 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”

Matera, 25-27 settembre 2025

Proponenti: Lia Zola (Università di Torino), Roberta Clara Zanini (Università di Torino)

Abstract

Le indagini che recentemente si sono concentrate sulle popolazioni che abitano le terre alte hanno evidenziato l’intensificarsi di processi di cambiamento caratterizzati da variabilità e contraddizioni. In uno scenario segnato da crisi politiche, economiche e climatiche, queste comunità attivano pratiche di costruzione del mondo (Ingold 2021) in cui la dialettica tra preoccupazione, disperazione e speranza produce orizzonti immaginativi complessi. Sempre più spesso, nelle narrazioni che l’etnografia consente di raccogliere, occupa un posto rilevante il rapporto con gli abitanti non umani della montagna, segnato da relazioni complesse, caratterizzate tanto da evidenti frizioni quanto da inattese collaborazioni (Tsing 2005; Haraway 2016). Questo panel accoglie contributi che riflettano su: chi sono gli abitanti (umani, non umani, selvatici) delle terre alte e quali forme di convivenza sono osservabili etnograficamente in questi contesti? Attraverso quali processi di negoziazione e/o di resistenza? Quali narrazioni producono queste forme di coesistenza, anche in riferimento a segmenti diversi della popolazione locale? E, di conseguenza, quali azioni sono intraprese per favorire il “vivere con” o, al contrario, quali panorami di “disper-azioni” si configurano? Infine, e più in generale, quali immaginari futuri dell’abitare la montagna emergono dall’incontro con gli interlocutori, e quale spazio ha in essi la dialettica fra preoccupazione, disperazione, desiderio e speranza?

Keywords: abitare, aree montane, futuro, negoziazioni, relazioni interspecifiche

Lingue accettate: Italiano / English

 

Sessione Unica

Venerdì 26/9/25, ore 9.00-10.45, aula B003, piano terra

Emma Zambarda (emma.zambarda@edu.unito.it ) (Università di Torino), Disper-azione in Portogallo: le comunità agricolo pastorali in opposizione all’apertura di nuove miniere

Le tensioni geopolitiche dell’ultimo decennio in merito all’approvvigionamento energetico e di minerali rari necessari per le fonti rinnovabili hanno generato una preoccupazione internazionale per il futuro delle comunità rurali in Portogallo. Le miniere di litio a cielo aperto sostituirebbero le monocolture invasive di pini ed eucalipti, piantati nelle terre comunitarie baldios durante la dittatura di Salazar, oggi causa di frequenti incendi, ma cambierebbero anche l’economia e cultura agricolo pastorale locale. Per questo motivo la comunità di Covas do Barroso trasforma la disper-azione in pratica di resistenza e creazione di immaginari identitari alternativi (Foucault 1975). In queste montagne i saperi di riproduzione umana e naturale hanno origini antiche e vengono tutt’oggi tramandati oralmente. Alcuni esempi sono il sofisticato sistema di irrigazione dei campi (torna da agua) regolato dalla meridiana posizionata al centro del villaggio; il pascolo delle capre, della vaca barrosã, la raccolta di miele e delle ginestre nei baldios per cuocere il pane nel forno comunitario. Con la creazione di un movimento anti minerario supportato da reti giovanili, la comunità racconta il suo rapporto con il non umano e utilizza la creatività sociale come strumento per desiderare alternative (Graeber 2011). Infatti, dalla crepa fra gli interessi della comunità montana e quelli delle imprese minerarie sono nati germogli di speranza che mettono in discussione le sorti di Covas do Barroso.

Mauro Van Aken (mauro.vanaken@unimib.it) (Università di Milano – Bicocca), Cinghiale ferale. Politiche di natura e cambiamento ambientale nell’emergenza peste suina (regione delle 4 Provincie dell’Appenino pavese)

L’allarme peste suina (ASF) iniziata con l’instaurazione di una “zona rossa” tra Liguria, Piemonte e Lombardia nel 2022 -in estensione in Emilia Romagna nel marzo 2024- ha immesso una dinamica di emergenza endemica con politiche di “biosicurezza” in quanto minaccia al cuore del Made in Italy degli allevamenti intensivi di maiale. Un dramma sociale con politiche di eccezione nei territori interessati, con intense frizioni nel “rappresentare” la natura e il selvatico, tra modelli di relazionalità cornici di un rinnovato nazionalismo bellico di fronte ai nuovi invasori.

Silvia Galletti (silvia.galletti@edu.unito.it) (Università di Torino), Avamposti diplomatici: pratiche di mediazione tra umano e non-umano nelle terre alte

Questo contributo esplora la possibilità di considerare gli ecosistemi montani come avamposti diplomatici: luoghi in cui riattivare forme inedite di negoziazione e coesistenza tra umano e non umano. Dopo aver ricostruito i presupposti ontologici necessari a immaginare una diplomazia interspecie, evidenziando come tali possibilità siano negate all’interno del paradigma naturalista moderno, il paper propone di concepire la postura diplomatica come un sapere interpretativo, capace di collocarsi trasversalmente tra modi di esistenza diversi, attivando pratiche di ascolto, traduzione e mediazione. In questo quadro, le terre alte si configurano come veri e propri archivi viventi di pratiche diplomatiche che custodiscono saperi relazionali in grado di decentrare la prospettiva antropocentrica mentre suggeriscono nuove modalità del coabitare. Il paper presenta tre casi studio di diversa natura – il rito del «Ciamà l’erba» in Valmalenco, la “Scuola di Diplomazia Interspecie e Studi Licantropici” del collettivo artistico Mali Weil, e un progetto di public science per il monitoraggio dei collemboli – per discutere il valore di dispositivi pratici, sensibili e affettivi in grado di sdoppiare lo sguardo umano rendendolo capace di alleanze transpecifiche.

Nicola Imoli (nicola.imoli@unito.it) (Università di Torino), Montagne “pulite” e montagne “sporche”. Paesaggi contesi e pratiche pastorali nelle aree protette del Piemonte

Questo contributo propone una riflessione antropologica sulle sfide affrontate oggi dagli allevatori di quattro aree protette del Piemonte – Alpi Marittime, Alpi Cozie, Valsesia e Val d’Ossola – territori un tempo agro-pastorali, ora caratterizzati da decenni di abbandono, dal ritorno della fauna selvatica (in particolare il lupo) e da un turismo crescente. In questo contesto, i pastori sono costretti ad adattare le proprie pratiche, poiché la pastorizia “tradizionale” non è più praticabile. Dagli interlocutori emerge una tensione tra visioni “pulite” e “sporche” del paesaggio montano: la “pulizia” è attribuita sia al pascolo, che mantiene l’apertura del territorio e previene incendi e dissesti, sia ai lupi, che “ripuliscono” il bosco. I pastori rivendicano il ruolo attivo dell’uomo nel modellare e conservare questi paesaggi, la cui bellezza attrae turisti e alimenta un circuito virtuoso di sostegno economico. Tuttavia, la presenza crescente di predatori obbliga a nuove strategie: sorveglianza continua, recinzioni mobili, e cani da guardiania. Questi ultimi, però, generano conflitti con i turisti e con le autorità locali. La reintroduzione del lupo ha reso insostenibili molte pratiche “tradizionali”, contribuendo al declino di allevamenti storici. Si evidenzia infine uno scollamento tra allevatori, residenti non rurali e visitatori, rispetto alla percezione e alla gestione del territorio. L’articolo analizza tali dinamiche, interrogandosi sul futuro della pastorizia e della conservazione ambientale in montagna.

Nicola Martellozzo (nicola.martellozzo@unive.it ) (Università Ca’ Foscari di Venezia), Per un’insperata convivenza: immaginari possibili e speranze disattese verso gli orsi in Trentino

Se oggi gli orsi bruni vivono nelle valli del Trentino, lo si deve alla speranza che ha ispirato il progetto di reintroduzione Life Ursus: il desiderio, cioè, di evitare l’estinzione di questa specie nelle Alpi. Ma la speranza espressa dal mondo scientifico della conservazione, una volta avveratasi, si è tradotta in tutt’altro modo per le comunità montane: negli ultimi quindici anni – e dal 2023 in particolare – la percezione sociale degli orsi si è fatta progressivamente più negativa per gli abitanti di queste vallate; la paura di incontrare un plantigrado nei boschi, il timore per l’incolumità dei propri animali (da compagnia e da reddito), l’ansia verso una presenza minacciosa che “assedia” la domesticità, sono alcune delle coordinate emotive che caratterizzano larga parte della convivenza quotidiana tra umani e orsi. Il tema della speranza emerge principalmente nella dialettica tra questo stato di angoscia territoriale e il desiderio di risolverlo, inteso come miraggio di soluzioni immediate, univoche (es: caccia di selezione), inapplicabili (es: eradicazione della specie), techno-fix (es: nuovi dispositivi di protezione) o appaltate alla politica “alta” (es: leggi UE). Tuttavia – seppur in modo ancora minoritario – si fa strada anche un altro orizzonte di speranza organizzato intorno a immaginari territoriali futuri in cui praticare una convivenza contestuale e “dal basso”, che tenga insieme le numerose questioni sociali di cui gli orsi si fanno detonatori.

 

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