Panel 17

“Una nevrosi politica ed economica…”. La sofferenza nel dibattito pubblico e il ruolo dell’antropologia

Panel 17 / Quarto Convegno Nazionale SIAC “Il ritorno del sociale”, Sapienza Università di Roma, 21-22-23 settembre 2023

Proponenti: Andrea F. Ravenda (Università di Torino), Carlo Capello (Università di Torino)

Abstract

Nel memoir dedicato alle sue esperienze negative nel mondo del lavoro, “Ipotesi di una sconfitta”, Giorgio Falco (2017) scrive “soffrivo, dall’età di diciassette anni, di una nevrosi politica ed economica, più che individuale”. Le parole di questo scrittore così attento alle contraddizioni della contemporaneità non possono non evocare le riflessioni di Mark Fisher (2009) sulla depressione e il disturbo bipolare come sindromi del presente, espressione del sistema tardo-capitalista. Questi due autori testimoniano come anche fuori dall’accademia si stia diffondendo una certa consapevolezza riguardo alle cause e alle dimensioni sociali del malessere o della malattia, da sempre oggetto di riflessione dell’antropologia medica e culturale. Il contributo specifico della ricerca antropologica nel favorire ulteriormente questo ritorno del sociale nel discorso pubblico consisterà allora nella capacità di ricostruire e analizzare le complesse reti di causazione (Vineis 1990) che connettono concretamente le dinamiche socioeconomiche con la sfera della sofferenza sociale (Kleinman, Das e Lock 1997). La call si rivolge, pertanto, a contributi etnografici e teorici rivolti all’esplorazione della sofferenza e dei processi di salute/malattia in campi quali il mondo del lavoro, l’insicurezza economica, la povertà, l’inquinamento ambientale, che possano anche stimolare una riflessione sul possibile rapporto tra l’antropologia culturale e medica e l’opinione pubblica (Fassin 2017).

Keywords: sofferenza, reti di causazione, tardo-capitalismo, antropologia medica

Lingue accettate: Italiano

 

Sessione I

Venerdì 22/9/2023, ore 9.00-10.45, aula Simonetti, Terzo piano

Riccardo Montanari (r.montanari2@campus.unimib.it) (Università di Milano Bicocca), Una causa persa: un’etnografia dell’inquieto vivere edile

Walter Benjamin segnalò, in un appunto al frammento “Capitalismo come religione”, una malattia dello spirito propria dell’epoca capitalista: le inquietudini. Partendo da casi etnografici provenienti dal contesto edile italiano, il presente contributo intende evidenziare come parte delle difficoltà individuali dei lavoratori derivi da una condizione colpevolizzante e indebitante intrinseca al capitalismo. Infatti, sebbene si ponga spesso l’accento sulla precarietà fisica in edilizia, uno degli aspetti che caratterizza maggiormente gli strati più deboli del settore riguarda, oltre alla fragilità imprenditoriale (Sischarenco), le esperienze di scoraggiamento, ansia e insonnia generati dalle pressioni esercitate dal tessuto socioeconomico. Nonostante all’interno di questo lavoro vi siano forme di sospensione momentanea da tali condizionamenti, la natura transindividuale della Schuld (colpa/debito) non concede spazi risolutori definitivi e collettivi. Per queste ragioni, al fine di tradurre problemi personali in questioni pubbliche (Wright Mills), risulta utile evidenziare le ripercussioni sulle vite di cantiere della riproduzione rituale della Schuld, ricercando l’origine delle inquietudini “nell’angoscia per l’assenza di vie d’uscita che pertiene alla
comunità” (Benjamin).

Giulia Arrighetti (giulia.arrighetti@unito.it) (Università di Torino), La “traccia corporea dell’intensificazione del lavoro”: La medicina del lavoro e il problema della correlazione

La categoria di work-related diseases, malattie correlate al lavoro, comprende l’insieme dei disturbi e delle patologie indotti da una serie di fattori che afferiscono alla nozione di rischio organizzativo, espressione dei modelli di organizzazione del lavoro affermatesi a partire dagli anni ’80 del ‘900. Le malattie correlate al lavoro rappresentano un epidemia misconosciuta che coinvolge migliaia di lavoratori e lavoratrici, condannati a convivere con forme di dolore cronico e sofferenza psicologica rispetto ai quali è molto difficile accedere a forme di riconoscimento istituzionale e di tutela. Infatti, l’attributo di correlazione è stato recepito, da gran parte della scienza medica, come l’elemento che limita l’incidenza eziologica del lavoro in rapporto alla patologia, riducendolo a una concausa da dimostrare. La medicina del lavoro ha favorito la socializzazione di questa problematica, ai lavoratori e alle lavoratrici, nella forma di “doppio vincolo” (Beatson et al., 1956) sia a livello analitico che operativo. Questo intervento si propone, a partire da una ricerca etnografica svolta nel 2019 a Torino e da una ancora in corso rispetto all’avvento dell’Amazon capitalism nella Valle del Sacco, di tematizzare il conflitto tra sapere esperto ed “esperienza operaia” (Oddone et al., 2008) in merito al fenomeno suddetto, proponendo un posizionamento capace di contrastare la squalifica della “parola sulla sofferenza” (Dejours, 1998) sui luoghi di lavoro.

Carlo Capello (carlo.capello@unito.it) (Università di Torino), Clinica del non-soggetto. Disoccupazione e sofferenza sociale a Torino

Partendo dalle mie ricerche sul campo tra i disoccupati torinesi, nel mio intervento intendo riflettere criticamente sul concetto di “sofferenza sociale” in riferimento all’esperienza della perdita del lavoro nell’epoca della governamentalità neoliberista. Nella prima parte dell’intervento discuterò le potenzialità analitiche ed emancipative del concetto, così come i suoi meno evidenti limiti. Il caso etnografico presentato nella parte centrale, incentrato su un servizio di ascolto psicologico per i disoccupati, mira a mettere in evidenza il paradosso proprio del concetto di sofferenza sociale: nato per denunciare i mali del presente capitalista, il concetto rischia di favorire quelle letture neoliberiste della disoccupazione che convertono un problema sociale in una difficoltà personale, perché la constatazione che la disoccupazione generi disagio e depressione finisce facilmente per tradursi in una lettura psicologizzante e individualizzante del problema.

Fabrizio Loce-Mandes (fabrizio.locemandes@unipg.it) (Università di Perugia), «Inizio a giocare verso la metà del mese, dopo che ho pagato il mutuo e le bollette». Reti di causazione e gioco d’azzardo in una prospettiva antropologica

Negli ultimi anni la crisi finanziaria globale ha innescato cambiamenti nel welfare sociale influenzando le politiche della salute e il benessere delle comunità. In un tale quadro le politiche statali hanno attuato una gestione imprenditoriale del gioco d’azzardo, data dall’influenza del neoliberismo (Fisher 2017), aumentando da una parte le possibilità di esposizione, dall’altra investendo in strategie e risorse umane per la promozione della salute e l’accoglienza delle persone con dipendenza da gioco d’azzardo patologico. Dall’etnografia sul gioco d’azzardo in relazione alla comunità e ai servizi socio sanitari emerge la complessità dell’interpretazione causale nello studio e nel trattamento del disturbo derivante da storie personali, percezione del rischio e resistenze individuali (Vineis 1990,1992):«È raro che nei primi giorni del mese compro un gratta e vinci, non è come la frenesia delle macchinette, neanche mi avvicino, altrimenti finirei tutti i soldi del mese in un pomeriggio».Il mio lavoro, in quanto antropologo inserito nei servizi sociosanitari dell’Umbria, è di utilizzare la ricerca antropologica per analizzare le criticità sul rapporto tra welfare, assistenza sociosanitaria e pianificazione delle comunità di cura. Vi è una connessione politico/conflittuale tra questioni economiche, lavorative e diritto alla salute, e da una più attenta riflessione sul disturbo del gioco d’azzardo emerge una stretta relazione tra la salute e le disuguaglianze socio-economiche.

Giuseppe Viviano (gviviano@unisa.it) (Università di Salerno), Il rifiuto della prestazione. Il fenomeno hikikomori

La prestazione è il paradigma che si afferma nelle società iper-moderne. Lo spirito del tempo da esso prodotto genera soggettività aderenti ai valori neoliberali, le quali immaginano di poter diventare chi vogliono a patto di saper cogliere le opportunità e non arrendersi alle avversità. Chiunque può riuscire ad avere una vita piena di soddisfazioni e non perché vive in una società in cui vi sono istituzioni che per ognuno ha dei servizi in base alle sue necessità e le sue possibilità, ma perché sarebbe libero da tali istituzioni e pertanto tutto sarebbe possibile, se lo si perseguita insistentemente. Il soggetto quindi è ridotto ad un individuo. La riduzione però è del tutto immaginaria ed è costituita da istituzioni neoliberali che incentivano la competitività tra presunti Io capaci di governare la propria vita. Questa logica è ben visibile in Giappone dove Kengo Satake, un ragazzo di 12 anni, viene accoltellato dal padre perché, secondo quest’ultimo, non studia abbastanza per superare un test di ammissione in una scuola rinomata. In tale contesto chi non riesce a sostenere un ritmo del genere è visto come senza volontà o con qualche deficit da sanare ed il sofferente stesso, invece di contestare l’organizzazione sociale, ha vergogna del suo stato. La relazione prende in analisi uno dei modi in cui può sfociare un tale affetto, ossia nell’fenomeno hikikomori, il quale è un sintomo che tende a sottrarre il soggetto dall’incessante richiesta di essere un Io-prestazionale.

 

Sessione II

Venerdì 22/9/2023, ore 11.15-13.00, aula Simonetti, Terzo piano

Ivo Quaranta (ivo.quaranta@unibo.it) (Università di Bologna); Matteo Valoncini (matteo.valoncini2@unibo.it) (Università di Bologna), Il contrasto delle disuguaglianze in salute nella città di Bologna L’antropologia medica applicata alla governance dei servizi socio-sanitari

Numerose evidenze mostrano come il contesto sociale, politico e culturale influenzi la salute e la distribuzione delle malattie all’interno della società. La pandemia da Covid-19, come “fatto sociale totale”, ha esacerbato le disuguaglianze in salute già presenti, e tuttavia ha rappresentato un elemento salutogenico nei termini in cui ha consentito che si evidenziassero i già noti limiti di un approccio socio-sanitario frammentato e incentrato su interventi specialistici e individuali. L’intervento proposto vuole commentare i risultati di un progetto di ricerca-azione interdisciplinare portato avanti nella città di Bologna dal CSI (2017-2022). La ricerca ha analizzato la distribuzione delle disuguaglianze in salute nella città di Bologna e ha approfondito etnograficamente i processi della loro (ri)produzione. Lavorando assieme agli interlocutori istituzionali e ai servizi socio-sanitari, la metodologia della ricerca-azione ha posto le condizioni per co-produrre il ripensamento delle politiche di governance verso la promozione dell’equità in salute. Nel farlo, l’indirizzo comune è pensare una governance volta non più alla prevenzione bensì alla promozione della salute. In questo senso, tramite il processo della ricerca-azione l’intervento vuole ragionare attivamente sul riposizionamento del ruolo della ricerca, e nello specifico dell’antropologia, all’interno dell’opinione pubblica e delle istituzioni.

Lorenzo Betti (bettilorenzo@gmail.com) (CSI – Università di Ferrara), Francesca Girardi (Università di Bologna e Centro di Salute Internazionale e Interculturale), Agenti Comunitarie/i di Salute: un caso di partecipazione della popolazione locale nel sistema di cura

In una delle zone maggiormente svantaggiate della città di Bologna, tra il 2022 e l’inizio del 2023 il Centro di Salute Internazionale e Interculturale APS ha costruito un progetto volto allo sviluppo di un laboratorio di formazione sulla figura dell’Agente Comunitario/a di Salute coinvolgendo alcune/i cittadine/i residenti in un contesto di edilizia residenziale pubblica. La declinazione contestuale di tale figura di prossimità, inedita nel panorama dei servizi socio-sanitari locali e nazionali, si fonda sulla valorizzazione delle conoscenze esperienziali e relazionali proprie di chi vive in condizioni di svantaggio al fine di raggiungere, supportare e coinvolgere la popolazione locale più infragilita, in un’ottica di cooperazione con i servizi e le istituzioni locali. L’analisi etnografica delle fasi di co-costruzione e implementazione del laboratorio permette di indagare le contraddizioni, i limiti e le opportunità di una progettualità sperimentale che mira a riformulare i confini, gli strumenti e le relazioni che contraddistinguono lo stato sociale locale, proponendo percorsi di responsabilità condivisa tra cittadini, terzo settore e istituzioni pubbliche. Il contributo proporrà quindi una lettura critica della possibilità trasformativa del sistema di cura locale, in cui confluiscono istanze di partecipazione comunitaria, responsabilizzazione collettiva e mantenimento delle strutture di potere esistenti.

Laura Bellucci (laura.bellucci.fi@gmail.com) (Università di Genova), Sewa sikh e la protesta contadina in India. Ripensare le forme di cura come potenziale trasformativo delle comunità in lotta

A giugno 2020, il governo indiano ha emanato tre ordinanze che miravano a liberalizzare il mercato agricolo e aprire la strada all’agribussiness. Implicitamente, tali misure avrebbero smantellato il meccanismo dei sussidi statali ai contadini e intaccato il sistema di sicurezza alimentare. Di fronte al tentativo del governo di eludere la “questione sociale”, minando la sopravvivenza dei suoi cittadini, i contadini hanno risposto occupando per 12 mesi la città di Delhi, dando origine ad una alleanza senza precedenti tra diverse comunità, in passato polarizzate. Grazie ad una etnografia in cui si è ricostruito, attraverso i racconti, la vita politica e sociale all’interno delle occupazioni, si è potuto esplorare come le strutture informali presenti agli accampamenti – scuole, cliniche mediche, cucine collettive, dormitori, biblioteche – siano state create a partire da un’”etica della cura”, un Sewa sikh – fede a cui si rifanno molti dei contadini coinvolti. Ciò ha permesso, non solo la sopravvivenza pragmatica, bensì lo sviluppo di una profonda solidarietà, mettendo in atto una contro-narrazione alla politica divisiva del governo in carica. La costruzione di queste “misure di protezione collettive informali”, in uno spazio pubblico occupato, apre la possibilità di ripensare le forme di cura all’interno delle comunità frammentate e in lotta – un potenziale trasformativo del corpo sociale.

Francesca Morra (francesca.morra@unito.it) (Università di Torino), “I hate the company”. Vivere o morire, immaginare, nelle traiettorie di mobilità dei giovani cinesi

J. pensa spesso a come togliersi la vita. È arrivato in Italia due anni fa, da una città del nord-est della Cina. Lavorava come ingegnere per 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, in una delle grandi industrie petrolchimiche della sua città. “I hate the company”, dice. Il suo sogno era studiare le lingue e andare a vivere in Europa: “I wanted to escape”, da una famiglia fratturata, dalle ostilità dei coetanei, da un lavoro opprimente. Ha immaginato l’Italia come l’orizzonte di questa fuga, un luogo in cui stare bene. Una volta arrivato, J. si scontra però con ripetute esperienze di rifiuto – in università, con i partner, con gli amici – e non sa più se vuole vivere o morire. A partire dall’etnografia di uno spazio clinico, questo contributo riflette sulle forme e sulle radici della sofferenza dei giovani cinesi in Italia, indagando il legame tra sintomi (idee di morte, autolesionismo, ritiro sociale), dimensioni di precarietà e aspirazione alla mobilità. I diversi immaginari sociali prodotti dal capitalismo cinese e dal neo-liberismo europeo entrano in risonanza, e a tratti in conflitto, e occupano il mondo psichico: l’ideale del soggetto produttivo, e allo stesso tempo auto-realizzato, sano, felice, produce sintomi – aspirazione frustrata, senso di fallimento, contrazione del desiderio. È ancora possibile intravedere una possibilità di desiderare, di agire un’”immaginazione radicale” (Castoriadis, 1995)?

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