Panel 10

Forme sociali della parentela: relazionalità, legami di cura e vincoli intergenerazionali

Panel 10 / Quarto Convegno Nazionale SIAC “Il ritorno del sociale”, Sapienza Università di Roma, 21-22-23 settembre 2023

Proponenti: Claudia Mattalucci (Università di Milano – Bicocca), Simonetta Grilli (Università di Siena)

Abstract

Nel XXI secolo gli studi antropologici hanno visto un ritorno di ricerche sulla parentela intesa come relazionalità ossia su legami che sono l’esito di processi negoziali, dipendenti dai modi diversi di intendere la parentela e dalle pratiche che rendono parenti. L’analisi della relazionalità ha privilegiato i significati, gli affetti e le sostanze che fanno parentela. Riconoscendo la produttività di questo approccio, il panel intende raccogliere contributi che riflettano criticamente sul peso sociale delle relazioni di parentela, incluse le parentele step, queer, a distanza; le relazioni senza nome derivanti dalla riproduzione assistita; le “quasi” parentele tra persone che vivono insieme; così come le diverse forme di intimità, affettività e cura presenti nelle società contemporanee. Vorremmo mettere a confronto studi che analizzino gli effetti delle trasformazioni demografiche sulle reti parentali e sulle altre forme intimità e che, da una prospettiva di genere, si interroghino 1) sui processi di risignificazione delle relazioni e delle età della vita che hanno prodotto; 2) sulle riarticolazioni della reciprocità intergenerazionali e delle responsabilità di cura; 3) sulla durata nel tempo delle relazioni parentali e di quelle intervenute a irrobustire o a sostituirsi alle reti rarefatte; 4) sulle forme di dominio, controllo o sfruttamento che possono caratterizzare queste relazioni; e 5) sulla distribuzione “stratificata” del “lavoro riproduttivo” nello scenario attuale.

Keywords: transizioni demografiche e di parentela, genere e cura, relazioni intergenerazionali e fasi della vita, riproduzione stratificata, intimità altre

Lingue accettate: Italiano / English / Français

 

Sessione I: Trasgressioni delle norme

Venerdì 22/9/23, ore 14.30-16.15, aula Simonetti, Terzo piano

Chair/discussant: Javier González Díez (Università di Torino)

Claudia Mattalucci (claudia.mattalucci@unimib.it) (Università di Milano Bicocca), Simonetta Grilli (simonetta.grilli@unisi.it) (Università di Siena) Introduzione

Marco Gardini (marco.gardini@unipv.it) (Università di Pavia), Violare le interdizioni statutarie: un’etnografia delle unioni “proibite” sugli altipiani del Madagascar

La letteratura che si è concentrata sulle eredità della schiavitù in Madagascar (come in altri contesti africani) ha messo in luce da tempo come le interdizioni matrimoniali tra discendenti di liberi e discendenti di schiavi caratterizzino ancora, in maniera spesso taciuta ma pervasiva, le modalità di riproduzione delle reti parentali locali e contribuiscano a riaffermare lo stigma associato alla discendenza servile. Questo paper si concentra, invece, sulle storie, le difficoltà e le esperienze di coloro che hanno consapevolmente o inconsapevolmente violato queste interdizioni, creando – spesso a rischio di essere estromessi dalle rispettive famiglie – nuovi legami di parentela e di cura intergenerazionale che tentano faticosamente di travalicare i vincoli delle distinzioni statutarie locali. In genere non formalizzate, queste unioni “proibite” non solo contribuiscono a produrre tensioni, conflitti e riformulazioni profonde delle forme di relazionalità locali, ma svelano anche le contraddizioni che emergono tra la necessità di mantenere intatti la “purezza” e “l’onore” di un gruppo di discendenza e i principi di inclusività e parentela allargata legati al concetto locale di “fihavanana” (lit.‘agire come un parente’).

Corinna S. Guerzoni (corinna.guerzoni@unibo.it) (Università di Bologna), Creating Families Through Embryo Donation: Moral, Ethical and Genetic Choices

As soon as IVF was established in 1970, the practical legal and ethical question of embryos cryopreservation emerged. A single IVF cycle creates numerous embryos and, generally, a greater number of those that will be used for conception. These “extra embryos” may be transferred immediately to other patients’ wombs, disposed of, or cryopreserved for embryo donation (ED). ED takes two forms: donation for research (referred here as EDR), and donation to another infertile person for family building. However, under the embryo donation category we find two practices. Indeed, ED donation for family formation can occur in two ways: the so-called embryo “adoption” (using cryopreserved embryos) and double donation (using gamete donors). Although ED isn’t as popular as general IVF or single gamete donation, the number of people requesting treatment is on the rise. This abstract shows results of a research conducted from 2020 to 2023 on ED between Italy, Spain and beyond. Combining data from embryos receiver’s interviews with forums threads analysis, I show how ED has been described as the very last option among other reproductive practices, while at the same time, as a written destiny that had to be fulfilled: just as cryopreserved embryos were waiting for recipients, their parenthood was simply waiting to find “the right” path. Despite similarities, I show the symbolic, ethical, and moral meanings governing ED practices and how it impacts on parenting and relational connections.

Carola Mazza (carola.mazza@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), (R)esistenze riproduttive. Di tube recise, parentele e affettività in Italia

Nell’Italia delle “culle vuote” e dei fantasmi della “sostituzione etnica”, si assiste a un tentativo di ri-nazionalizzazione del corpo delle “donne italiane” attraverso discorsi e misure volte ad incentivarne la riproduzione. In questo scenario, quelle che si sottraggono per scelta alla maternità biologica assumono un’identità deviante dal punto di vista sociale, morale, e talvolta anche psicologico. Una figura, poco conosciuta e (ancora) marginale, sembra incarnare più di altre questa anomalia, o questa resistenza: si tratta di donne, anche molto giovani, che optano per la sterilizzazione contraccettiva (la salpingectomia bilaterale) come tecnica definitiva di controllo della fertilità. Il loro atto corporeo radicale e le loro narrazioni, raccolte durante la ricerca, mettono in discussione il binomio donna-madre e si oppongono al progetto pronatalista di Stato; la loro scelta di vita e la procurata (quasi) irrealizzabilità di un progetto di famiglia bio-etero-nucleare svelano il modello normativo che orienta le nostre relazioni e i nostri desideri (Acquistapace 2022). Si tenterà di fare emergere come queste sovversioni, da un lato, aprano ad altri scenari relazionali, a reti di affetti, a parentele non-biogenetiche (Clarke, Haraway 2019) che ancora non trovano riconoscimento e legittimità mentre, dall’altro, e proprio in mancanza di categorie e strutture di sostegno, rischino di rinforzare il modello normativo, di riprodurre logiche individualizzanti e dinamiche isolanti.

Elisa Muntoni (elisa.muntoni@unito.it) (Università di Torino), Fratture invisibili. Migrazione e conflitti intergenerazionali attraverso il prisma del dispositivo dell’adozione

Nel processo migratorio la famiglia costituisce un vero e proprio ‘laboratorio sociale’ all’interno del quale si definiscono e ridefiniscono relazioni sempre nuove con il paese d’origine e con quello d’immigrazione, tramite il confronto quotidiano tra modelli familiari e educativi, concezioni e rappresentazioni di genere estremamente diversi. È sullo sfondo di questo processo di continua risignificazione dei ruoli e delle relazioni familiari che si possono comprendere i conflitti intergenerazionali che si costituiscono in seno alla famiglia immigrata e che possono generare una frattura invisibile che attraversa la famiglia da parte a parte (Sayad 2006). A partire da una ricerca etnografica realizzata a Torino con una famiglia di origini marocchine, le cui tre figlie adolescenti erano state allontanate dai genitori, il contributo si propone di riflettere sui processi di de-filiazione che si innescano nella famiglia immigrata quando tali conflitti scavalcano i confini familiari e divengono oggetto di osservazione e valutazione nell’ambito del dispositivo dell’adozione (Beneduce 2014). In tale contesto, l’imposizione di modelli normativi in tema di genitorialità, rapporti intergenerazionali e di genere e la riarticolazione dei legami familiari entro modalità e temporalità imposte dalle istituzioni in un regime di costante sorveglianza vengono considerati come meccanismi che producono trasformazioni e disarticolazioni irreversibili nella relazione tra genitori e figli.

 

Sessione II: Articolazioni sociali della maternità 

Venerdì 22/9/23, ore 16.45-18.30, aula Simonetti, Terzo piano

Chair/discussant: Claudia Mattalucci (Università di Milano Bicocca)

Paola Sacchi (paolad.sacchi@unito.it) (Università di Torino), “Mamme NO PFAS”: concezioni della genitorialità in un contesto ambientale di vita alterata dall’industria chimica

Al centro dell’attenzione il caso delle madri sul territorio della provincia di Vicenza che si sono mobilitate di fronte alla presenza in dosi massicce nel sangue dei loro figli di PFAS, sostanze perfluoroalchiliche di varia composizione prodotte nello stabilimento della Miteni di Trissino. Il movimento delle madri insieme ad altre organizzazioni ambientaliste, sindacali e mediche ha costretto alla chiusura la multinazionale, che ha pesantemente inquinato la falda acquifera più importante dell’area. Di fronte ai gravi danni alla salute che la presenza di questi composti chimici, definitivamente insediati nei corpi, comporta, la loro presa di posizione ha intrecciato la cura dei figli alla bonifica del territorio in una visione del mondo che mette al centro e lega insieme questioni di giustizia riproduttiva e di giustizia ambientale. Il mio intervento vorrebbe esplorare questi temi nella cornice delle relazioni familiari e intergenerazionali, nel tentativo di cogliere gli immaginari intorno alla vita futura che si delineano in questi contesti.

Silvia Cirillo (silvia.cirillo@uniurb.it) Università di Urbino Carlo Bo, Households and caring in Tanzania: practices and discourses on women’s domestic work

This contribution explores the processes of “kinning” through the experiences of women domestic workers in Tanzania. From their childhood, domestic workers migrate from rural to urban areas to work in middle-class and well-off households in the city. They do household chores, care for children and the sick, and run errands of various kinds. Domestic work intersects with the traditional practices of fostering and child placement within extended family networks. In fact, women workers are called ‘daughters’ by the people they work for, and they often call themselves so. While domestic work in Tanzania can offer opportunities for economic and social advancement, it also exposes women to experiences of severe labour exploitation, denied access to education, and situations of physical and emotional abuse. Tanzanian employers are portrayed by many social actors as ‘protective fathers’ and domestic workers in Tanzania as ‘responsible daughters’ who perform care work for the sake of the family. Rhetorical discourses conceal the complex reality of domestic work in Tanzania: the making and unmaking of (kin and non-kin) relations between urban and rural households; the multiple forms of inter-household dependency, conflict and reciprocity; the conditions of labour exploitation, and the emancipatory and alternative pathways constructed by women to improve their lives.

Francesca Scarselli (francesc.scarselli@unisi.it) (Università di Siena), “Ma suo marito dove è?” Esperienze di madri sole fra spaghetti e sambuus

I dati dei rapporti ISTAT degli ultimi anni evidenziano un trend in forte salita; sempre più nuclei parentali sono costituiti da madri sole. Essere madre sola comporta avere la totale centralità della responsabilità di cura dei propri figli e figlie con ricadute notevoli nella sfera lavorativa, abitativa e sociale. Il dialogo con due donne provenienti da contesti diversi (Iman cresciuta in Somalia e  Eva cresciuta in Italia) accomunate dall’esperienza di essere madri sole, mi permette di riflettere su come questa centralità nella cura si incorpori in pratiche quotidiane e rappresentazioni delle proprie identità di donne in contesti caratterizzati da forte connotazione di genere, che identificano da una parte una donna sola con figli come una vittima bisognosa di aiuto, mancante di autodeterminazione e mobilità sociale, dall’altra in una donna forte e autonoma che assolve all’imperativo sociale di procreare e che vede definito il suo essere donna solo in quanto madre. Le vicende di Irene e Hamdi ci permettono di riflettere su quanto la sintesi fra biologico, sociale e giuridico (Grilli, 2019) possa giocare un ruolo fondamentali nel delineare soggettività parentali plasmate sul margine e dal margine (hooks, 1998) narrate in una ottica intersezionale, in cui ancora una volta il contezioso è basato sui corpi delle donne.

Veronica Buffon (veronica.buffon@gmail.com) (Hamad Bin Khalifa University), Sorelle, madri e figlie: esperienze e relazionali ‘pericolose’ delle donne nei percorsi anti-tratta

Nel ‘Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento 2020-2025’ in più occasioni si fa riferimento all’importanza di ‘fornire risposte ai bisogni delle vittime di tratta’ attraverso l’assistenza, la prevenzione e il contrasto al fenomeno al fine dell’emersione e dell’integrazione sociale delle vittime. La donna ‘vittima di tratta’ viene rappresentata principalmente come soggetto portatore di vulnerabilità specifica da far ‘emergere’, per poi tutelare, attraverso programmi di protezione al fine di una integrazione nel contesto nazionale.  Partendo dal lavoro etnografico iniziato nel 2020 in una struttura di accoglienza protetta per donne vittime di tratta e nel network anti-tratta di Roma, propongo una riflessione sulle tensioni presenti nei progetti di accoglienza del privato sociale sia a livello discorsivo che pratico quando le donne rivendicano un sé non individuale ma relazionale trasgredendo la cornice emancipatoria e salvifica dell’intervento umanitario e femminista. Attraverso l’esposizione di alcuni casi metterò in luce in quali modi le donne, in quanto figlie, sorelle, e madri di figli/e residenti nel paese di origine, articolano e rivendicano le loro esperienze relazionali, di responsabilità e di cura (spesso a distanza) mettendo in discussione la politicizzazione della salvaguardia della vita individuale.

 

Sessione III: Concetti, paradigmi e politiche della vita

Sabato 23/9/23, ore 9.00-10.45, aula Simonetti, Terzo piano

Chair/discussant: Simonetta Grilli (Università di Siena)

Lorenzo Petrachi (lorenzo.petrachi@unibg.it) (Università di Bergamo); Marina Consoloni (consoloni.marti@gmail.com) (Università di Bologna), Affetti materiali, esperienze residuali: ripensare intimità e cura a partire dall’amicizia

La nozione di “congiunti”, resa nota dalle misure per il contenimento della pandemia, escludeva dal novero delle persone cui era possibile far visita gli amici, poiché non rientrano tra coloro “con cui vi sono rapporti di parentela o stabili relazioni affettive”. Ma che cosa sappiamo oggi dell’amicizia? A un primo sguardo, l’amicizia appare come qualcosa di privato e confortevole, indipendente dalle relazioni di potere, e si definisce tramite una sospensione di tutta una serie di relazioni (gerarchiche, sessuali, di dipendenza) che non possono incrociarla, pena il suo snaturamento. Solitamente si presume che l’intensità amicale sia tipica dell’infanzia e dell’adolescenza, e che sbiadisca in una maturità imperniata sulla coppia, la quale guadagna un privilegio sulle amicizie: anche se gli amori possono finire, ma i “veri” amici sono quelli che restano, nonostante tutto. Il movimento transfemminista queer italiano maneggia, discute ed elabora da molti anni col concetto di “altre intimità” tutte quelle relazioni d’affetto, supporto e cura che non sono basate sulla parentela né su quel modo di stare in coppia naturalizzato nella nostra cultura. Che ruolo riveste l’amicizia fra queste forme di relazione? Quali sono i suoi tratti caratterizzanti? E com’è accaduto che all’amicizia spettasse un posto del genere nella considerazione pubblica e privata, nella legislazione e nelle produzioni culturali, e divenisse una forma specifica d’esperienza, con le sue norme e i suoi vissuti?

Francesco Diodati (f.diod92@gmail.com) (Ricercatore indipedente); Barbara Pietra (b.k.pieta@gmail.com) (Max Planck Institute for Social Anthropology), The Meaningful Others of Ethnographic Project: Research Ethics and the Gray Zones of Relationality

Much has been written in anthropology on the “relational turn” in kinship studies. What remains under-debated are the ethical problems that arise in ethnographic research on generational and family relations, especially when ethnography is embedded in interdisciplinary fields. Indeed, in these fields those relations are usually treated as independent and fixed entities. In this paper, we reflect on the ethical problems of conducting ethnographic research on aging and family care. The gerontological debate on the ethics of dementia care research has tended to treat individuals with dementia, primary caregivers other family members and local communities as pre-established and distinct categories of research participants. What has been overlooked are the meaningful social relationships that run through these categories and how these relationships affect the researcher’s positionality during and after fieldwork. In this presentation, we propose two heuristic devices, “meaningful others” and “gray zones”,which highlight the ambiguous positionality of researchers in care relations and local moral worlds. We further discuss the benefit of incorporating these devices in debates on the ethics of ethnography and qualitative research: by challenging any polarized positionality of the ethnographer, these two devices allow for a voice to be given to the individuals who represent the main research focus while addressing the interdependence nature of local social relations.

Carolina Vesce (mariacarolina.vesce@unimc.it) (Università di Macerata), Intimità impreviste. Corpo, genere, sessualità, anzianità

Le trasformazioni sociali e demografiche che hanno investito le popolazioni del pianeta hanno spinto gli esperti a parlare dell’invecchiamento come una delle, se non la, sfida del nostro tempo. Si tratta di “un fenomeno ineludibile”, di fronte al quale è necessario attivare politiche specializzate che incontrino le aspettative, i bisogni e i desideri della popolazione (sempre più) anziana. Operano in questa direzione la nozione di successful aging, elaborata nel 2002 dall’OMS, e l’active aging index, che misura il livello di indipendenza delle persone anziane, la loro partecipazione al mondo del lavoro retribuito e alle attività sociali e la loro capacità di invecchiare attivamente. Gli strumenti teorici e critici dell’antropologia hanno già da tempo contribuito a mettere in luce i limiti di questi strumenti concettuali e il rischio di essenzializzazione delle esperienze e dei significati associati alle età della vita che veicolano. Riflettendo su alcuni dei presupposti di una ricerca etnografica attualmente in corso di svolgimento sulle politiche di invecchiamento attivo nella regione Marche, mi propongo con questo intervento di ragionare sui modelli di genere e sessualità impliciti in questi dispositivi. Quali sono i modelli, etici ed estetici, che definiscono un’anzianità di successo dal punto di vista del genere e della sessualità? Qual è il peso degli altri assi di produzione di diseguaglianza, a partire dalla classe e dalla razza, nella definizione di tali modelli?

Gloria Frisone (gloriafrisone@gmail.com) (Università di Milano), Etica della cura o politica della vita? Forme di parentela e rapporti intergenerazionali nell’ambito dell’assistenza informale agli anziani

Cogliendo l’invito a un “ritorno del sociale” che trovi soluzioni alle molteplici crisi del mondo contemporaneo, il presente contributo apre uno spiraglio di riflessione sulle pratiche di assistenza, accoglienza e cura della popolazione anziana. Gli studi da me condotti su migranti anziani e malati di Alzheimer, così come il lavoro di consulente antropologa che svolgo da alcuni anni con i caregiver, fanno riaffiorare le dinamiche trasformative che investono le relazioni familiari ristrutturando profondamente i rapporti di parentela (intergenerazionali e di genere), invertendo l’ordine delle “solidarietà gerarchiche” (Sallhins 1985, p. 38) e redistribuendo le responsabilità di cura tra ascendenti e discendenti (Meillassoux 2007, p. 35). Attraverso la pratica di cura si costruiscono parentele inedite “agite” nel quotidiano; si stabiliscono nuove forme di appartenenza, dipendenza e sfruttamento che riguardano sia persone che invecchiano in condizioni di precarietà e isolamento sociale sia coloro che sono chiamati a prestazioni di cura entro i margini contrattuali del lavoro domestico. I rapporti informali di cura agli anziani ci obbligano a rinegoziare economie morali e sistemi di potere che innervano relazioni diseguali in seno alla famiglia. Per dirla con Didier Fassin (2019) la cura potrebbe essere intesa come una “politica della vita” (Fassin 2009, 2018) che detta le condizioni politiche, sociali, materiali ed etiche necessarie al benessere delle “forme di vita” precarie.

Francesca Declich (francesca.declich@uniurb.it) (Università di Urbino Carlo Bo), Pensare al concetto di “domestic arrangement” come categoria analitica

In questo paper intendo confrontare il contratto matrimoniale/familiare con ciò che in inglese ho definito “domestic arrangement”, che in italiano si potrebbe tradurre non precisamente con “comunità domestica”, ovvero quella forma di organizzazione delle pratiche giornaliere necessarie alla vita di ogni giorno, che possono far parte di un matrimonio, anzi a volte ne sono parte integrante soprattutto per le donne che devono provvedere alle necessità di altri membri del gruppo, ma che a volte sono parte integrante di forme di aggregazione specificamente legate alla logistica della organizzazione della quotidianità in comune piuttosto che individualmente.  Per fare questa analisi comparerò alcuni casi che ho avuto occasione di approfondire nello studio storico di alcune società che hanno abitato e abitano le coste africane dell’Oceano indiano (Sheriff, Baniane, ed altri) nei quali il matrimonio è stato inteso come “domestic arrangement“, cioè una modalità di risolvere questioni pratiche legate alle necessità quotidiane pulizia, alimentazione, contesto in cui ricevere affetto/sesso e, eventualmente, di cura dei figli. Questa forma di comunità, in grado anche di creare alleanze strette tanto quanto un matrimonio, e a volte sovrapponibile a ciò che viene concepito come matrimonio,è stata usata da diversi strati sociali per permettere mobilità sociale e commerci translocali.  Comunità domestica, non implica necessariamente un matrimonio o un rapporto familiare.

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