Panel 09 / SIAC 2025

Religione e orizzonti di crisi. Speranza, liminalità, immaginazione // Religion and Horizons of Crisis. Hope, Liminality, Imagination

Panel 09 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”

Matera, 25-27 settembre 2025

Proponenti: Giovanni Cordova (Università di Napoli Federico II), Fabio Vicini (Università di Verona)

Abstract

Il rapporto tra tradizioni religiose, configurazioni morali e posture etiche rappresenta un classico tema dell’indagine antropologica. Negli ultimi anni numerose etnografie condotte dentro e fuori l’“Occidente” (specie su Islam e movimenti carismatico-pentecostali cristiani) hanno indagato congiunture di incertezza esistenziale, crisi politica, liminalità sociale e turbolenze nei processi di riproduzione sociale, valutando l’apporto della dimensione religiosa nel garantire o meno orizzonti immaginativi e forme codificate di agency per farvi fronte.
In questo panel intendiamo contribuire al dibattito corrente sul nesso tra religioni, desiderio, speranza e disperazione, guardando soprattutto alle frizioni che i contesti di crisi generano e a come gli orizzonti di senso assumano sovente una forma religiosa che incanala, assopisce o alimenta le tensioni sociali. Sono benvenute proposte che esplorino come la sfera religiosa plasmi, venendone a sua volta influenzata, l’enunciazione del desiderio, la coltivazione della speranza e la percezione della disperazione negli scenari del disordine che marcano la contemporaneità, a partire dai seguenti possibili indirizzi etnografici:
– tensioni tra “desiderio” individuale e morale comunitaria;
– religione, conflitto e differenze di genere, età, “razza”, classe sociale;
– nuovi movimenti religiosi e reviviscenze identitarie;
– migrazioni e religiosità;
– crisi ambientale e disordine cosmologico.

Keywords: religione, crisi, immaginazione, desiderio, speranza

Lingue accettate: Italiano / English

 

Sessione I

Giovedì 25/9/25, ore 14.00-15.45, aula A114, primo piano

Mara Benadusi (mara.benadusi@unict.it) (Università di Catania), Tra il divino e il demoniaco: desiderio, inganno e purificazione nella ricerca etnografica

Questo intervento propone una riflessione sul ruolo della religione nella configurazione del desiderio, della speranza e della disperazione in uno scenario di crisi prolungata, a partire da una ricerca etnografica condotta nello Sri Lanka all’indomani dello tsunami dell’Oceano Indiano. In un contesto attraversato da fratture cosmologiche e sociali profonde, la sfera religiosa ha operato come dispositivo centrale di rielaborazione del disordine, di regolazione delle tensioni morali e di incanalamento di aspettative individuali e collettive. Particolare attenzione sarà rivolta alla figura ambivalente di Māra, divinità-dèmone del pantheon buddhista, incarnazione dell’inganno, della seduzione e dell’ostacolo alla liberazione, la cui presenza ha segnato e strutturato l’esperienza etnografica. Analizzerò come le grammatiche rituali e le retoriche di purificazione associate alla sacralità e alla regalità abbiano delineato dispositivi di reintegrazione e controllo, inscrivendo anche la figura dell’antropologa entro un regime simbolico che la collocava in una posizione liminale e ambivalente – al contempo potenzialmente perturbante e riparatrice. L’etnografia si è così configurata come un processo co-performativo, in cui desideri e paure, dissimulazioni e svelamenti si sono intrecciati in modo indissolubile, trovando una possibilità di incontro e conciliazione proprio nella dimensione perturbante del rapporto divino-demoniaco.

Carmelo Russo (carmelo.russo@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), Desideri e speranze di fronte alla crisi. Il Tempio della Grande Dea di Roma: nuove spiritulità e ‘antichi matriarcati’ per l’empowerment femminile

Il contributo si prefigge di analizzare i modi in cui il Tempio della Grande Dea di Roma, che si inscrive nella tradizione avaloniana della Goddess Spirituality, movimento religioso in cui confluiscono pratiche neopagane e spirituali incentrate sul ‘sacro femminino’, costruisce, riplasma e riattualizza risposte a crisi esistenziali, perlopiù femminili, tra cui prevalgono quelle dovute a discriminazioni di genere e sofferenze causate da violenze patriarcali. Per mezzo di un combinato tra nuove istanze olistiche, pratiche magiche, ‘recupero’ di abilità (neo)stregoniche, ritradizionalizzazioni di matriarcati primordiali e culti incentrati su una divinità femminile protomediterranea, le donne del Tempio propongano soggettività spurie e plastiche, eclettiche e fluide, con cui, a partire dai propri vissuti e da una ‘religiosità incorporata’, mirano a un sovvertimento del potere androcratico e all’empowerment di genere. Ruolo importante è attribuito alla ‘natura’, in quanto elemento cosmologico in grado di riassegnare l’essere umano a un contesto ecologico di parità nelle relazioni con nonumani ed extraumano. Il paper è basato su una etnografia svolta presso il Tempio della Grande Dea di Roma a partire dal 2019. Fonti privilegiate sono le storie di vita di dieci donne (tra cui la sacerdotessa) e tre uomini, intervistate/i a più riprese.

Marco Benoît Carbone (marcobenoit.carbone@unica.it) (Università di Cagliari), Resistenze cospirative? Apocalissi religiose, escatologia e ipotesi politiche nel mondo della policrisi

In questo contributo propongo un’analisi di diverse risposte escatologiche intese come risposta alla fine del “mondo corrente” e fondate sulla speranza nell’avvento di un nuovo ordine spirituale e oltremondano. Tali visioni emergono in reazione alla policrisi e si inseriscono nel contesto di forme di spiritualità che rielaborano l’escatologia cristiana intrecciandola sincreticamente con retoriche cospirazioniste e altre forme culturali legate alle forme trascendentali. Tali immaginari si strutturano intorno a nozioni di agentività elaborata perlopiù in contrapposizione o in alternativa alle forme della politica e della religione istituzionale. Con questo lavoro intendo contribuire all’approfondimento del cosiddetto “hope boom in anthropological studies”, attraverso la disamina di alcune configurazioni di senso messe in atto da individui che, per rispondere al disordine epocale e alle sue “apocalissi culturali”, articolano immaginari orientati alla speranza in cui è l’avvento di entità divine a sancire la fine di un mondo destinato al tracollo e un nuovo inizio, situato in un contesto rinnovato o ultraterreno. Queste riflessioni si sviluppano a partire da un percorso etnografico, condotto sia in presenza sia mediante interazioni digitali, maturato negli anni attraverso il rapporto con migranti italiani residenti all’estero, in particolare in Irlanda, Inghilterra e Portogallo e coincidente con la mia traiettoria biografica, comprendente un periodo di vita all’estero e il rientro in Italia.

Chiara Tommasini (chiara.tommasini@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), Riti di speranza: le feste religiose della diaspora induista in Italia

Questo contributo si propone di esplorare il ruolo dei riti festivi all’interno delle comunità induiste della diaspora in Italia, con particolare riferimento ai contesti urbani di Milano, Roma, Bari e Catania. Attraverso un’indagine etnografica condotta in occasione delle principali festività religiose, si esamina come il culto collettivo assolva a funzioni plurime, contribuendo alla coesione comunitaria, alla continuità della tradizione in un contesto diasporico, configurandosi come spazio simbolico attraverso cui si articolano i desideri individuali e collettivi, e si elaborano forme di speranza capaci di rispondere alle incertezze dell’esperienza migratoria. I riti festivi nella diaspora, spesso celebrati in spazi informali o riconvertiti, vengono reinterpretati e adattati al contesto migratorio, generando forme rinnovate di religiosità, configurazioni identitarie ibride e legami transnazionali che contribuiscono a rivitalizzare le tradizioni e crearne di nuove. In tale prospettiva, la religione si configura come un dispositivo dinamico capace di rispondere alle condizioni di precarietà, marginalità sociale e tensione identitaria che caratterizzano l’esperienza migrante. Il sacro funge così da canale per l’elaborazione simbolica di desideri e paure, fornendo codici condivisi per affrontare l’incertezza e attivare forme situate di agency, e la festa religiosa diviene pratica di resistenza simbolica e dispositivo di rigenerazione della speranza per le comunità che la celebrano.

 

Sessione II

Giovedì 25/9/25, ore 16.15-18.00, aula A114, primo piano

Filippo Osella (University of Sussex), The politics of urban religious infrastructures in Chattogram, Bangladesh

The starting point of my intervention are actual/material religious infrastructures in Chattogram – mosques, mazars, Islamic charitable organizations and foundations – and the various modalities of social welfare they enable. Drawing on Burchardt’s notion of “infrastructuring religion” (2023), I consider the intersections of a wider and heterogenous body of religiosities, devotions, orientations and interests which constitute the networks of circulation afforded by religious infrastructures, and how the latter are constitutive of and work through other infrastructural flows with a more explicit political or economic salience. I will show, then, that the allocation and distribution of various forms of social welfare – whether Islamic or otherwise in orientation – establish the ground for the objectification of pious dispositions, economic concerns and political interests of variously located actors. In turn, such a flow of resources, dispositions and affects is embedded in and articulates with the presence and working of different religious infrastructures in the city’s landscape and its environs.

Pino Schirripa (gischirripa@unime.it) (Università di Messina), Incorporare il conflitto e la speranza. Dèi, tecnologie, denaro tra gli nzema del Ghana

Questo contributo intende esplorare il modo in cui il linguaggio religioso locale media e rielabora situazioni di conflitto legate a momenti di frizione tra le comunità locali e imprese statuali e transnazionali il cui intervento ridisegna il panorama produttivo, economico e ecologico del paese nzema. I casi presi in esame sono la costruzione del ponte sul fiume Ankobra negli anni ’80 dello scorso secolo, e quello dell’oleodotto e dell’impianto di trasformazione del petrolio nel primo decennio del nostro secolo. In tutti i due casi, le opere venivano presentate nelle narrazioni delle imprese e dello stato come un avanzamento verso la modernità e la prosperità. Le due narrazioni si sono rivelate illusorie, nascondendo una ben diversa realtà fatta di espropri, difficoltà di riconversioni lavorative, mutamenti nel panorama ecologico. Durante e dopo la costruzione delle opere i sacerdoti locali, posseduti dai loro dèi, hanno costruito azioni di contrasto magico e fornito un diverso orizzonte di senso, religiosamente fondato, a quanto avveniva. Il paper vuole esplorare come il linguaggio religioso tra gli nzema, e nella fattispecie le pratiche della possessione, possano essere agenti attivi nelle frizioni tra mondi (morali) locali e forze di mercato nazionali e transnazionali. Fornendo un orizzonte di senso alternativo alle narrazioni della modernizzazione, i sacerdoti si presentano come mediatori rispetto a speranze, conflitti e tensioni che si creano nel nuovo scenario.

Federico Sammarone (sammarone.federico@gmail.com) (Università di Milano – Bicocca), Islam in bilico. Crescere fra religione, mandati e aspirazioni in una comunità educativa per adolescenti migranti (minori stranieri non accompagnati) a Milano

Il presente contributo analizza le traiettorie educative di alcuni minori stranieri non accompagnati in una comunità di accoglienza a Milano. La migrazione dei giovani nordafricani (tunisini ed egiziani) conosciuti in questi anni si è spesso costruita sulla fuga da un’immobilità esistenziale precedente la partenza. La situazione specifica degli adolescenti non si sottrae alle percezioni di morte sociale che una certa letteratura sul Nord-Africa ci ha mostrato negli ultimi decenni (es. Schielke 2008; Zagaria 2019; Pandolfo 2007). L’aspirazione a una nuova “bella vita” in Italia si forma, poi, su immagini di prestigio e successo provenienti dagli altri giovani migranti e sulle rappresentazioni transnazionali della musica trap (Grassi e Sanchez-Garcia 2020). Spesso, tuttavia, l’arrivo nella comunità di accoglienza conduce a una nuova immobilità, creata dall’infrangersi del sogno migratorio e dalla percezione delle forti ansie e fatiche che l’accoglienza crea, tramite il suo doppio vincolo (Bianchi 2019). Il paper vuole riflettere, in questo contesto, sul ruolo della religione islamica nelle dinamiche di (im)mobilità esistenziale che si creano all’interno del percorso comunitario. L’islam si mostra ambivalente, nella vita di questi adolescenti a cavallo fra aspirazioni diverse. A volte evitabile e vincolante, altre desiderabile e consolante, la pratica religiosa si configura come frammentata. Riflette, così, l’altalena emotiva creata dalle numerose angosce e dai numerosi crolli morali (Zigon 2007) a cui questi giovani sono esposti.

Marragh Hafsa (h.marragh@unior.it) (Università di Napoli L’Orientale), Fede e protesta: il ruolo dell’Islam nelle mobilitazioni politiche in Giordania dopo il 7 ottobre

“Namūtu, ya taḥyā Falastīn. Naḥnu alladhī bāyaʿnā Muḥammadā, ʿalā al-jihād mā baqīnā abadan. Lam tarkaʿ ummatun qāʾiduhā Muḥammad”. “Moriremo e vivrà la Palestina. Noi siamo coloro che hanno giurato fedeltà a Muhammad: per il jihād finché resteremo in vita, per sempre. Non si è mai inginocchiata una comunità il cui leader è Muhammad”. Questo coro, intonato dai manifestanti nelle piazze di Amman nei giorni successivi al 7 ottobre 2023, racchiude una rinnovata forza collettiva, quella per cui «non cadrà una umma guidata da Muhammad» e, insieme, un senso di colpa condiviso da chi lo recitava per non essere sempre stato all’altezza di quelle parole. Il presente contributo nasce da un’etnografia condotta tra i cittadini-profughi palestinesi e intende esplorare l’intreccio tra mobilitazione politica e riattivazione religiosa, osservando come le pratiche di protesta vengano rielaborate attraverso grammatiche e immaginari islamici. Figure come Abū ʿUbayda, Yahyā al-Sinwār e Muḥammad Deif, sono divenute riferimenti non solo politici ma anche spirituali per molti interlocutori, che parlano di un “ritorno a Dio” come dimensione necessaria alla resistenza. Se la fede era già presente prima del 7 ottobre, ciò che cambia è la sua declinazione pubblica, la politicizzazione e l’inscindibilità dalla lotta. A partire dai materiali raccolti tra maggio e novembre 2024, si rifletterà su due interrogativi: come si articola la relazione tra mobilitazione politica e Islam in Giordania? E come interpretare questo ritorno alla religione: scelta politica o forma collettiva di affidamento in un tempo di crisi e disumanizzazione?

 

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