Transitorietà e permanenze della vita e della morte: tra disperazione, desiderio e speranza
Panel 08 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”
Matera, 25-27 settembre 2025
Proponenti: Claudia Mattalucci (Università di Milano – Bicocca), Alessandra Brivio (Università di Milano – Bicocca), Chiara Calzana (Università di Torino)
Abstract
Il panel esplora le molteplici forme che nelle società contemporanee assume la morte sia nelle sue dimensioni di termine ultimo o parte e prosecuzione della vita, sia nel suo rapporto con la materialità. L’obiettivo è indagare i modi in cui nella vita quotidiana si intrecciano la disperazione di fronte alla morte, il desiderio di un orizzonte esistenziale più ampio o differente rispetto a quello contingente e la speranza in una qualche forma di permanenza della vita. Il panel accoglie contributi etnografici, teorici e storici che si interrogano sui modi in cui i vivi si rapportano ai morti in differenti contesti sociali e culturali attraverso rituali, scambi comunicativi, visioni; il culto della memoria privata o pubblica; l’oblio o la risignificazione delle morti individuali e collettive; le forme di sopravvivenza garantite dalla tecnologia; le modalità di trattamento del corpo morto, delle immagini e degli oggetti appartenuti al defunto; la mancanza di spazio per la deposizione o l’abbandono dei luoghi di sepoltura; la valorizzazione o svalutazione dei corpi morti, inclusa l’assenza di sepoltura per favorire l’oblio dei defunti. I contribuiti dovranno focalizzarsi sulla morte come prisma attraverso cui analizzare i linguaggi, le rappresentazioni e le pratiche che articolano disperazione, desideri e speranze individuali e collettive in tempi di incertezza, crisi, conflitto e sradicamento dei vivi e dei morti e di trasformazione degli spazi ad essi dedicati.
Keywords: vita, morte, corpi, spazi, emozioni
Lingue accettate: Italiano / English / Français
Sessione I
Venerdì 26/9/25, ore 11.15-13.00, aula B001, piano terra
Berardino Palumbo (berardino.palumbo@unime.it) (Università di Messina), Cu la morte a jucari
“Cu la morte a jucari” è la strofa di un brano del cantastorie siculo/milanese Franco Trincale. Giocare con la morte esprime con poetica efficacia la familiarità che nel paese di Trincale (Militello in Val di Catania) donne e uomini hanno con la morte. Facendo riferimento ad una trentennale esperienza di ricerca etnografica in Sicilia (e nel paese di Trincale) proverò a mostrare come la morte, nella sua dimensione materiale, sia un processo in qualche modo inesauribile. La fine della forza vitale di un corpo non coincide con la morte, visto che il corpo e i suoi resti sono a lungo manipolati, trattati e ritrattati, quasi che la loro matericità continui a fornire elementi di opposizione alla dissolvenza dell’essere. Questo rallentamento (quasi all’infinito) del decadimento materico e questo logoramento del morire producono forme sociali specifiche e, nello stesso tempo, determinano una familiarità con la sfera della morte. A partite dalle specifiche constatazioni etnografiche proverò ad estendere la riflessione ad alcuni modi di dare e gestire la morte in ambiente mafioso.
Veronica Buffon (veronica.buffon@unime.it) (Università di Messina), Ritratti fotografici, presenza e lutto nel conflitto turco-curdo
A partire da una ricerca etnografica condotta nel sud-est della Turchia, nel Kurdistan settentrionale, questo intervento propone una riflessione sulle pratiche del lutto e sull’estetizzazione dell’assenza attraverso l’uso dei ritratti fotografici di civili curdi deceduti nel corso del conflitto turco-curdo, che dura da oltre quarant’anni. In un contesto caratterizzato da una cultura pubblica che sistematicamente silenzia la violenza esercitata sulla popolazione curda e nega il riconoscimento della vita e dei diritti delle comunità curde, soggetti come le Madri della Pace (Dayîkên Aşîtîyê), le madri di un villaggio rurale e i familiari delle vittime del massacro di Roboski, offrono esempi di mobilitazione del lutto. Attraverso l’impiego di immagini fotografiche in contesti sia privati che pubblici, queste pratiche contribuiscono alla rinegoziazione delle soggettività, alla riscrittura delle politiche dei corpi — in particolare rispetto ai processi di valorizzazione e svalorizzazione del corpo curdo — e alla reinscrizione del conflitto nella dimensione dell’ordinario. Questo contributo intende analizzare le modalità attraverso cui il dispositivo fotografico manifesta il desiderio di visibilità, cruciale per la dimensione politica, e allo stesso modo, rivela le tensioni presenti nell’immaginario del martirio, nella sofferenze e nelle temporalità del lutto.
Rebecca Sabatini (rebecca.sabatini@unito.it) (Uniersità di Torino), “Son mis collegas”. Nodi relazionali tra persone viventi e persone non viventi in contesto museale
L’esposizione di resti umani con finalità non rituali è avvenuta con significativa frequenza all’interno della storia museale occidentale. Le sue dinamiche sono state per lungo tempo legate a un paradigma coloniale e poi alla sua decostruzione decoloniale e postcoloniale che aveva l’obiettivo di scardinare il discorso museale basato su gerarchie di valori parziali e spesso subordinanti. È, però, possibile altresì individuare alcune esposizioni museali di resti umani che non appartengono allo scenario appena descritto e che si basano sull’ostensione di corpi mummificatisi tramite processi naturali spontanei. Contesti espositivi con queste caratteristiche sono frequenti nell’area dell’Europa mediterranea, ma se alcuni di questi, per esempio al Sud Italia, si realizzano all’interno di una cornice di senso di matrice religiosa e di eredità simbolico-rituale cattolica, altrove si legano più esplicitamente a finalità educative e patrimoniali. L’analisi dell’interesse turistico, così come anche delle dinamiche di valorizzazione e patrimonializzazione messe in atto nella creazione di tali realtà museali sono di primaria importanza, ma lo è altrettanto l’analisi delle articolazioni relazionali, agìte e agenti all’interno del museo, tra persone viventi e persone non viventi. L’intervento si occuperà di riflettere sul caso del Museo de las Momias di Quinto (Aragona, Spagna), dove la scoperta casuale di corpi mummificati durante alcune operazioni di ristrutturazione ha portato alla rifunzionalizzazione della chiesa sconsacrata dove è avvenuto il loro ritrovamento e all’inaugurazione di un museo che si centra esclusivamente sulla loro esposizione, creando una cornice all’interno della quale ripensare la morte e le sue concettualizzazioni.
Chiara Calzana (chiara.calzana@unito.it) (Università di Torino), Resti del potere: oblio, commemorazione e reiscrizione del corpo di Salazar nello spazio pubblico
Nel Portogallo di oggi, la rapida ascesa e diffusione di partiti e gruppi di estrema destra ha riattivato memorie e nostalgie legate alla dittatura fascista di Salazar. Mentre per alcuni torna centrale il ricordo delle vittime dell’Estado Novo e delle storie di resistenza al regime, per altri è tempo di celebrare apertamente Salazar, anche attraverso la valorizzazione del luogo della sua sepoltura. La tomba del dittatore si trova nel cimitero della sua città natale, Santa Comba Dão, rimasta per decenni marginale rispetto ad altri luoghi di memoria fascista come il mausoleo del Valle de los Caídos in Spagna o Predappio in Italia. Oggi, con la ristrutturazione della casa natale di Salazar e l’apertura del “Centro Interpretativo do Estado Novo”, la cittadina attira un numero crescente di visitatori, dando forma a un nuovo pellegrinaggio memoriale e politico. Partendo da una recente esperienza etnografica sulle nostalgie dell’Estado Novo nelle aree interne del Portogallo, il contributo analizza i conflitti memoriali intorno al culto del luogo di sepoltura di Salazar, interrogandosi sulle pratiche di commemorazione, oblio e reinscrizione del suo corpo morto nello spazio pubblico. In un contesto segnato da radicali cambiamenti e nuove conflittualità, la sepoltura del dittatore emerge come prisma attraverso cui leggere le trasformazioni del rapporto tra vivi e morti, e le ambivalenze che circondano le soglie tra permanenza e rimozione.
Giulia Cantisani (giulia.cantisani@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), Percorsi da un mondo all’altro: tra la speranza dei vivi e la disperazione dei defunti
Tra gli Otomì della Sierra Madre Orientale (Messico) la morte è un fenomeno transitorio la cui gestione collettiva da parte della comunità aiuta il defunto nella sua progressiva trasformazione ontologica: da persona sociale – inserita all’interno delle relazioni di parentela rituale e reciprocità – ad antenato il cui ritorno periodico sulla terra nella festa di Todos los Santos assicura la fertilità dei campi e la continuità dell’esistenza. Nei momenti immediatamente successivi al decesso, la prima preoccupazione della famiglia è compiere una serie di gesti di cura manipolando ritualmente il cadavere e, dopo la sepoltura, oggetti e sostanze la cui materialità incarna parzialmente la persistenza del suo essere sulla terra. L’intero processo della prassi funeraria è orientato dal desiderio che il defunto prenda coscienza della sua nuova condizione e possa affrontare il periodo liminale di passaggio da un mondo all’altro nel modo meno traumatico possibile, fino alla sua completa integrazione nell’Aldilà. La speranza dei vivi si fa carico della disperazione dei morti per attraversare insieme il momento critico per eccellenza della vita sociale: la scomparsa di uno dei suoi membri. L’esperienza otomì della morte – strutturata su un sistema simbolico di doppie esequie – si configura non solo come la gestione ritualmente controllata del dolore individuale e collettivo, ma come lo spazio/tempo di contatto tra il mondo terrestre e il mondo dei morti, aprendo la vita degli esseri umani verso altre forme e spazi di esistenza, invisibili eppure pienamente reali.
Sessione II
Venerdì 26/9/25, ore 15.15-17.00, B001, piano terra
Aurélie Perrin (aurele.perrin@orange.fr) (EHESS, Paris), Humains et non-humains dans l’au-delà: une représentation ambiguë entre crainte et désir d’éternité
Lors de cette communication, je me propose d’étudier et d’interroger la présence des êtres vivants humains et non-humains dans l’au-delà médiéval afin de voir ce que ces représentations nous disent des peurs, des espoirs et des désirs suscités par la croyance en l’Autre-Monde. À travers un corpus de récits de voyage dans l’au-delà – récits médiévaux dont la quantité de versions et de traductions témoigne de l’immense succès rencontré en Occident, et ce du XIIe à la première moitié du XVIe siècle – il s’agira de montrer comment la géographie tripartite de l’au-delà articule les différentes interactions entre les humains et les non-humains. À ce titre, si les récits de voyages semblent être révélateurs d’une pensée chrétienne en faveur de la rémission des péchés humains, la présence du vivant dans l’Autre-Monde ne va absolument pas de soi. Le Nouveau Testament ne laisse en effet entrevoir qu’un locus amoenus vidé de tous les éléments naturels et des êtres qui le constituaient, et seule la présence symbolique de l’arbre de vie et de la rivière semble avoir résisté à l’Apocalypse. Ainsi, et pour reprendre les réflexions de A. Kojeve et G. Agamben, se pourrait-il que la présence animale et végétale dans l’au-delà soit le reflet d’une pensée où la fin de l’homme ne signifierait pas la fin du monde et où «l’animal serait l’état qui lui survivrait»?
Camilla Tumidei (camilla.tumidei@unito.it) (Università di Torino), Uno sguardo antropologico sulla morte degli animali da compagnia: tra desideri e speranze
Gli animali “d’affezione” vengono considerati a tutti gli effetti compagni, amici, membri della famiglia. L’importanza che ricoprono nelle nostre vite risulta evidente nel momento in cui vengono a mancare e si manifesta negli interventi rituali, nelle pratiche funerarie e nelle scelte relative al trattamento dei loro corpi. Si tratta di pratiche che facilitano il processo di elaborazione di un lutto difficile da esprimere. Esiste infatti una forte tensione tra la dimensione intima e personale che caratterizza il rapporto tra umani e animali e l’assenza di forme di legittimazione pubblica per la loro morte. Come arrivare allora a una comprensione profonda delle conseguenze dell’intreccio tra la vita e la morte di umani e non umani, sia a livello personale che sociale? A partire dalla ricerca etnografica condotta presso un cimitero e centro di cremazioni per animali in Italia tra il 2023 e il 2024 con questo contributo intendo condividere alcune riflessioni relative al modo in cui le persone creano spazi per esprimersi e per sfidare ciò che viene considerato appropriato nell’investire tempo e lavoro emotivo dopo la morte di un animale. Entro una vasta e complessa rete di pratiche e narrazioni per continuare a mantenere vivo il legame, il contributo traccerà, in particolare, il desiderio di ricongiungimento sia attraverso la creazione di aree di sepoltura condivise o nelle forme di trattamento del corpo, sia nella speranza di poter reincontrare l’animale dopo la morte in un orizzonte ultraterreno condiviso.
Rita Finco (finco.rita@gmail.com) (Ricercatrice indipendente), Etude des gestes de transmission communautaire face à une épidémie en milieu catholique: le cas de Nembro
Avec cette intervention, je voudrais revenir sur la dynamique qui fonde une communauté et les représentations que les acteurs ont de la porté de leur implication dans le traitement collectif de la mort. Au cours des événements dont le petit village de Nembro (en province de Bergame, Italie) a été la proie lors de la pandémie de Covid-19, qui y a trouvé un terrain terriblement favorable à la moisson des vivants, cette dynamique peut clairement apparaître. Le récit ethnographique, Carovane. La tempesta del Covid e il futuro di una comunità (2024), de Matteo Cella et Claudio Cancelli, me servira de données, d’autant que j’en ai interviewé les auteurs. Le milieu catholique, malgré l’affaiblissement des rituels d’accompagnement des morts face à l’urgence et à la massivité de l’attaque, a réagi avec ses propres schémas de pensée, Les témoins que je mets en avant, l’un prêtre, l’autre politique en alliance avec l’Eglise, ont une pensée sur la communauté déjà fortement structurée par leur engagement dans ou avec l’institution religieuse. On soulignera ici que ces acteurs se placent à l’origine du sentiment communautaire, alors que ces communautés rurales et de forte tradition familiale sont déjà structurées, l’Eglise utilisant cette base pour s’affermir. La question de la mort et des morts est alors centrale, non de l’extérieur, mais de l’intérieur, c’est-à-dire engageant les acteurs témoins, dans un partage du trauma et de ce mouvement de stupéfaction provoqué par le mystère indépassable de la disparition. Un trauma (Losi 2020; Primo Levi 1947) tout aussi structurant du sentiment d’appartenance à une communauté que l’est le territoire (Carlo Levi 1945).
Marion Jacoub (jacoubmarion@gmail.com) (Psychothérapeute et Chercheuse indépendante), Le partage du corps de la mère, le rituel par défaut
Dans la société française contemporaine, individualiste et publiquement laïque, les personnes en souffrance et en demande d’une résolution de conflits intra et/ou interpersonnels s’adressent, en tant que sujet, à un dispositif individualisé. Pourtant, dans la recherche d’élaboration de ces conflits douloureux, le dispositif thérapeutique fait émerger la mémoire de conduites engageant le collectif. Prises dans l’étau de sensations confuses, les individus cherchent à en sortir par une organisation psychique qui, bien qu’individuelle, leur offre un déploiement de liens dans la société qui les entoure. C’est ainsi que surgissent de nouveaux rituels, ou sont réactualisés des rituels anciens (Maisonneuve 2010; Segalen 2017), qui servent de support à une vision plus large du sujet. Ces rituels nécessitent leurs interprètes, et le thérapeute se trouve ainsi temporairement dans cette fonction. Cette intervention, conçue à partir d’une situation clinique qui engage une fratrie face à la mort annoncée de la mère, a pour objectif de rendre visible l’apport d’une vision collective et transgénérationnelle des conflits. Au centre se joue la possession du corps de la mère, dans des conduites intuitives et douloureuses, limitées aux descendants. Leur fonction, dans le vide de pratiques instituées par la société ou la culture face au mystère de la mort, est de surmonter l’absence de continuité entre les générations (Chahraoui 2016). Dans les rapports intersubjectifs de rivalité destructrice, l’élaboration consciente d’une position jusque là indicible cherche son appui dans une série d’actes ritualisés (Houseman 2002). La réflexion s’etoffera de références ethnographiques de rituels existants dans des sociétés racines, en Mongolie (Delaplace 2010; Esquerre 2010) et dans le Pacifique (Bretteville 2009), où la question de la continuité des générations a été pensée, organisée et transmise, ainsi que du rapport des morts à la nature, au milieu environnant et à la conception de l’humain dans le cycle de la vie (Descola 2005).
Silvia Antinori (silvia.antinori@unitn.it) (Università di Trento), Transitorietà e permanenze della vita e della morte: lutto, memoria, geografie sociali della homelessness a Roma Termini
Il territorio della stazione di Roma Termini è area innervata da una pluralità di margini sociali attraversati in numero crescente da diverse popolazioni. Basandosi su una ricerca condotta sul campo, questo contributo guarda alle persone migranti senza dimora che “abitano” tale luogo. Lo spaccato etnografico dei margini della stazione, spazi tradizionalmente considerati come caotici o “non-luoghi”, restituisce al contrario un moto di relazioni sociali significative e pratiche diversificate. Le persone incontrate incarnano parabole biografiche differenti, accomunate però da simili processi di messa al margine e violenze che aggrediscono i corpi da più angoli e livelli; in termini macroscopici così come nella filigrana di un quotidiano costituito da tempi di vita imposti, forme di abbandono, “morti lente” (Berlant 2011). La cronicità incorporata delle sofferenze e le stratificazioni di violenze subite, i processi di invisibilità e violenza istituzionale che intersecano povertà e migrazione segnano un continuum che dura anche oltre la vita e che si ripercuote sulle comunità di appartenenza. Ciononostante, in uno spazio che parrebbe raccogliere passaggi lievi delle persone ferite, forme di compianto, di rivendicazione di integrità nella e per la morte prendono corpo. Quello che il contributo vuole mettere in luce sono perciò le forme di organizzazione sociale, le geografie molteplici e le pratiche relazionali che qualificano il territorio e che trattengono le memorie sociali di questi soggetti, permettendo loro di continuare a vivere nel senso più ampio del termine, anche attraverso il tentativo di gestione della morte dei compagni di esistenza.
Sessione III
Venerdì 26/9/25, ore 17.30-19.15, B001, piano terra
Giorgia Mirto (gm2943@columbia.edu) (Columbia University), La croce di Lampedusa: la trasformazione dei frammenti delle barche dei migranti in reliquie
In un tempo segnato dalla crisi migratoria, la morte alle frontiere è un prisma attraverso cui leggere le tensioni tra disperazione, riconfigurazione degli orizzonti esistenziali e speranza. I corpi assenti dei migranti deceduti lungo le rotte mediterranee lasciano tracce materiali – relitti, frammenti, resti – che divengono oggetti attraverso cui i vivi elaborano, risignificano e talvolta sacralizzano l’assenza. Questo studio esplora una forma di lutto collettivo e per lo straniero, analizzando la trasformazione simbolica di barche di migranti in oggetti sacri, realizzati da detenuti in carceri italiane su commissione di associazioni cattoliche. Ho seguito il percorso di questi frammenti dal recupero a Lampedusa e nel Sud Italia, alla loro lavorazione in laboratori penitenziari, fino alla distribuzione in chiese italiane e al loro uso in rituali liturgici. In questo processo, la morte di frontiera viene sussunta nel paesaggio cultuale del cattolicesimo italiano. Il migrante defunto è ricollocato nel paradigma del martirio cristico, e i relitti diventano reliquie moderne. Analizzando il legame tra morti di confine, resti materiali e pratiche religiose, la ricerca mette in luce come l’antropologia della morte possa contribuire a comprendere le forme contemporanee del lutto e le pratiche di memoria, offrendo spazi di resistenza all’oblio e di speranza rituale.
Nives Ladina (nives.ladina@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), Toccare l’assenza: il ruolo delle pratiche forensi post-naufragio nel riconoscimento dei corpi
Il mar Mediterraneo è uno degli spazi di maggiore visibilità del fenomeno drammaticamente attuale delle morti di frontiera. In uno scenario internazionale in cui a ottenere consensi sono le forze politiche che promuovono azioni di sorveglianza, respingimenti e deportazioni nei confronti delle persone in movimento, coloro che perdono la vita in mare subiscono una morte incompleta, poiché sono consegnati all’indifferenza e all’oblio da parte delle istituzioni italiane ed europee. Nonostante i tentativi che nel corso degli anni si sono succeduti per quantificare dispersi e deceduti, sappiamo ancora relativamente poco delle forme di circolazione e del trattamento post-mortem dei singoli corpi, i quali spesso sono sepolti in cimiteri italiani senza essere stati identificati. Tra le ultime persone a interagire direttamente con loro vi gli antropologi forensi e i medici legali incaricati dalle procure locali di stabilire le cause del decesso e raccogliere i campioni biologici. Il contributo intende approfondire la relazione tra gli specialisti forensi e le vittime di naufragio, riflettendo sul coinvolgimento sensoriale dei primi e sulle diverse implicazioni assunte dalla vista e dal tatto. Successivamente, si considererà il ruolo di testimonianza che le scienza forense può ricoprire nei confronti delle speranze individuali improvvisamente interrotte e, più in generale, della crescente esposizione delle persone alla violenza e alla morte prima e durante il viaggio.
Leone Michelini (leone.michelini93@gmail.com) (Università di Messina), Pratiche di (im)mobilità della morte nel mercato transnazionale della cura: dalla prospettiva degli anziani e dei caregiver Malayali di Sicilia
Costruendo sull’etnografia condotta in Sicilia con i migranti Malayali di fede cristiana e provenienti dallo Stato del Kerala, nell’India del Sud, il contributo propone di guardare antropologicamente alla morte sia attraverso la lente della mobilità (Maddrell et al. 2023), sia dall’interno dell’incontro migratorio tra “host and guest” (Grotti, Brightman 2021). Nel mercato transnazionale della cura, costruito come economia morale anche attraverso le “parentele fittizie” (Piercy 2000), simboleggiate dall’uso da parte dei badanti malayali degli appellativi mami e papi, la morte dell’assistito rappresenta uno scandalo, una rottura e lo smascheramento delle soggiacenti logiche capitalistiche; allo stesso tempo il desiderio di “morire nel proprio letto” è all’origine dei ritorni migratori degli anziani italiani, delle loro strategie di immobilità e della loro inclusione nel badantato. Sul versante opposto per i Malayali l’immaginario della morte non trova diritto di cittadinanza nella terra di mezzo della migrazione e le sue disperazioni rimangono ancorate at home sulle coste del Malabar: le pratiche transnazionali di (im)mobilità interessano la ritualità religiosa, il corpo del defunto, la sepoltura e la malattia. Ribaltando i termini della questione, cioè osservando la mobilità e le relazioni tra migranti e società ospitante attraverso la morte, cosa ci racconta la sua permanenza della transitorietà della loro vita in migrazione?
Daniele Parbuono (daniele.parbuono@unipg.it) (Università di Perugia), Disequilibri. Un funerale nell’Ecomuseo di Tang’an (Guizhou, Cina)
A partire da una lunga etnografia avviata nel 2012 e tutt’oggi in corso, mettendo a confronto l’impatto della teoria ecomuseale in Cina con gli esiti concreti della realizzazione di una specifica esperienza, quella del “Gruppo degli ecomusei del Guizhou”, questo intervento racconta forme del mutamento e della persistenza nella quotidianità del villaggio di Tang’an. Nello specifico descrive, anche attraverso un percorso visivo, fotografico, un funerale organizzato secondo la prassi della “minoranza etnica” Dong; il funerale del Signor Pan 潘, svoltosi nel febbraio 2019. La partecipata e duratura funzione funeraria ha increspato la levigatezza delle forme autorappresentative di località cercate dal progetto ecomuseale e sfruttate dai vettori turistici commerciali, ma al contempo, per effetto oppositivo, ha reso al contesto “villaggio” una vitalità che più di qualsiasi narrazione museale o turistica è riuscita a raccontare esistenze, rapporti e modi di abitare. La presenza corporea nelle diverse fasi cerimoniali, analizzata sia su un piano procedurale che simbolico, ha incrociato e mescolato stati di coscienza multipli – dei familiari, dei convenuti, ma anche dell’équipe di ricerca – nella cornice controllata del “rito” che trova in questo caso un margine di ancoraggio credibile proprio dentro la contemporaneità dello scenario ecomuseale.
