Panel 07

Etnografie femministe e queer: antropologia critica e complicità politiche

Panel 07 / Quarto Convegno Nazionale SIAC “Il ritorno del sociale”, Sapienza Università di Roma, 21-22-23 settembre 2023

Proponenti: Michela Fusaschi (Università di Roma Tre / EHESS), Gianfranco Rebucini (CNRS / EHESS)

Abstract

Dagli anni ’70 i femminismi sfidano l’antropologia e l’etnografia con effetti duraturi sulla disciplina. E nel contesto italiano? Le antropologie femministe del mondo anglofono e francofono, del Nord e del Sud, hanno contribuito a svelare responsabilità e relazioni di potere in etnografia e nel produrre conoscenza, dando voce a soggettività precedentemente messe a tacere. Dagli anni ’90 teorie e pratiche queer con un pensiero radicato in una critica dell’identità, sessuale e di genere, ma non solo, hanno lavorato per destabilizzare alcune convinzioni antropologiche e del sociale. Guardando alle trasgressioni e agli eccessi dei confini, dei limiti e delle categorie di analisi, il queer mette in crisi la pratica etnografica nei suoi assunti naturalizzati su corpi, affetti, individualità e soggettivazioni politiche e sociali. In dialogo con i movimenti per la giustizia sociale, i femminismi e le correnti queer interrogano e producono nessi critici tra teorie, metodi, epistemologie e trasformazioni del sociale. Il panel esplorerà le potenzialità degli impegni femministi e queer da diversi spazi politici e geografici considerando che, movimenti femministi e delle donne, rappresentano spesso luoghi di contestazione dell’esistente attraverso proposte politiche forti (scioperi, movimenti di piazza, rivoluzioni), mentre i movimenti LGBT e queer sono sempre più al centro di esperienze politiche contemporanee di trasformazione radicale (Occupy, Black lives matter, ZAD, ecc.).

Keywords: femminismi, queer, generi, antropologia critica

Lingue accettate: Italiano / English / Français

 

Sessione I

Venerdì 22/9/23, ore 14.30-16.15, aula Morghen, Terzo piano

Veronica Redini (veronica.redini@iuav.it) (IUAV Venezia), Lavoro riproduttivo, migrazione e femminismi. Nodi teorici e sfide etnografiche

Attraverso una panoramica degli approcci femministi al welfare state (Glenn 1992), in questo intervento rifletto sulle tensioni tra lavoro riproduttivo retribuito e non emerse da una ricerca etnografica sulle politiche socio-assistenziali italiane. Da almeno vent’anni la ristrutturazione dello stato sociale è al centro degli interessi antropologici (Edgar, Russell 1998). Gli studi più innovativi sono quelli che hanno etnograficamente decostruito i discorsi e le ideologie sul welfare non solo rispetto ai cambiamenti economici e di governance globali, ma alle relazioni di razza, classe e di genere (Abramovitz 1996; Katz 2001; Orloff 1996). Come hanno mostrato i contributi femministi dentro e fuori l’accademia il genere è centrale nelle trasformazioni del welfare contemporaneo. Da un lato, perché la divisione culturalmente costruita e ideologicamente giustificata del lavoro di genere, così come le identità politiche e affettive di genere influenzano i sistemi di politica sociale (Muehlebach 2011; Narotzky 2015; Rajković 2018). Dall’altro, perché gli accordi familiari e lavorativi che hanno in passato sostenuto i sistemi di protezione sociale sono oggi intrecciati alle relazioni di disuguaglianza implicate dalle migrazioni (Parreñas 2001). I contributi che nell’ampia prospettiva che abbraccia questi temi hanno saputo coniugare analisi teorica, pensiero critico e strategia politica saranno richiamati per problematizzare alcune delle questioni emerse dal contesto etnografico.

Paul Forigua Cruz (venecofrance@gmail.com) (EHESS), Locas en train d’observer locas: Une ethnographie queer en contexte(s) migratoire(s)

Dans sa recherche sur les féminités spectaculaires au Venezuela, Marcia Ochoa proposa la notion d’«ethnographie queer diasporique» (queer diasporic ethnography), destinée à étudier les «voies perverses grâce auxquelles les existences queers deviennent supportables, et même parfois lisibles» (Ochoa, 2014, 13). D’entrée, la chercheuse clarifie que ce type d’approche ne s’appliquerait pas exclusivement à des personnes « enquêtées » en situation migratoire : dans son cas, par exemple, ses expériences en tant qu’anthropologue lesbienne et colombo – états-unienne suffisaient pour donner un positionnement diasporique à ses travaux. Dans cette communication, je souhaite établir des parallèles entre les propositions théoriques d’Ochoa (devenues fondamentales pour ma recherche doctorale) et mes travaux de terrain en Colombie. Le fait de m’autodéterminer en tant que loca (folle) colombo-vénézuélienne installée en France, enquêtant sur des personnes gays et trans ayant migré en Colombie, impliqua un croisement de regards d’intérêt : lesquels furent mes positionnements sur leurs vécus, après quinze années d’expérience migratoire en Europe ? Et vice-versa : quel regard portaient-elles sur mon mari et moi-même, en tant qu’équipe de recherche et couple installée à Paris, réalisant une enquête sur les personnes LGBT+ vénézuéliennes dans les concours de beauté en Colombie?

Adeline Moussion Esteve (amouss02@mail.bbk.ac.uk) (Birkbeck, University of London), Anthropologique critique et féministe du psychotrauma. Renouveler en féministe les répertoires de politisation des violences domestiques et sexuelles

Ma communication porte sur la question des violences sexuelles et domestiques vécues par des femmes cis-hétérosexuelles, commises par un homme avec lequel elles partagent leur logement, leur vie quotidienne, leurs ressources matérielles, voire leur parentalité, dans le contexte français. Je présenterai une autre manière de théoriser ces violences, par rapport à un registre dominant: le psychotraumatisme. La prise en charge du psychotrauma est aujourd’hui une solution d’intervention en matière de « violences faites aux femmes ». Le psychotraumatisme n’est pas seulement utilisé par les psychiatres et les psychologues, il connait des usages sociaux, et permet de demander justice. Les associations féministes intervenant auprès de victimes et politisant la question reprennent aussi ce registre. Le psychotrauma a fait l’objet de critiques en sciences sociales, en anthropologie et dans les travaux féministes. Il fut accusé de complicité avec l’androcentrisms, la domination occidentale, ou encore de cooptation dépolitisante. Comme je le montrerai, une épistémologie féministe des violences domestiques et sexuelles, si elle n’est pas exclusive du recours au psychotrauma, doit aussi réfléchir aux limites théoriques, et politiques, de ce registre. Ma communication examinera d’autres manières de théoriser l’inscription de ces violences, analysées depuis une ethnographie féministe.

Serena Caroselli (sere.caroselli@gmail.com) (Università di Milano), La scelta personale è nel campo: fare etnografia femminista tra esposizione, rischi e alleanze

Questo intervento propone una riflessione sull’etnografia femminista, a partire dall’esperienza di ricerca svolta tra il 2017 e il 2022, in alcune zone di confine. Il Brennero e il confine greco-turco, sono luoghi caratterizzati da molteplici violenze. Il corpo della ricercatrice si muove in spazi gendered, popolati da migranti, forze dell’ordine, attivisti, passeur, trafficanti. Il corpo sessuato è posizionato all’interno di piccole reti di attiviste, con le quali la condivisione costruisce l’intimità in un tempo intersoggettivo. L’analisi che qui propongo muove da alcuni interrogativi: cosa accade quando sono le donne a svolgere ricerche in luoghi solcati da profonde ambiguità e pericoli? Quali implicazioni producono il genere e l’identità sessuata nelle scelte di campo? Quali sono gli strumenti, teorico metodologici, che permettono l’elaborazione dei rischi derivanti dall’esposizione del proprio corpo e del proprio ruolo sul campo? Lo sguardo critico antropologico analizza le dimensioni della colonialità, della normatività di genere e del privilegio a partire dalla messa in discussione delle categorie che si autorappresentano come neutre. L’etnografia è un’azione performativa capace di far dialogare saperi e pratiche, a partire dai bisogni emotivi (dei migranti e della ricercatrice stessa) socialmente prodotti e orientati ad un ripensamento delle politiche che costruiscono la norma e disciplinano le soggettività in transito.

Yagos Kolipanos (ioannis.koliopanos@sciencespo.fr) (Sciences Po Paris), Uno sguardo all’etnografia delle lavoratrici del sesso trans da parte di un’etnografa frocio

Questa conferenza si propone di riflettere sul lavoro etnografico di un ricercatore frocio con delle lavoratrici del sesso trans ad Atene. La mia riflessione prende spunto dalle varie epistemologie femministe del punto di vista situato per identificare i modi in cui i risultati di un’etnografia possono dimostrare quella che io chiamo “decenza scientifica”. In questo contesto, la necessaria distinzione tra i saperi SULLE persone trans, cioè la ricerca sull’identità trans prodotta da ricercatrici cisgender, e i saperi TRANS che scaturiscono direttamente dalle persone trans senza necessariamente sfociare in una ricerca scientifica, ci aiuta a ripensare la discussione – epistemologica, metodologica, etica e politica – sull’esperienza, l’alterità, la ricerca, la natura e la definizione di conoscenza, una discussione che ha certamente bisogno di essere costantemente aggiornata. Quali sono state, dunque, le strategie che ho utilizzato per svolgere un lavoro sul campo il più possibile rispettoso delle mie interlocutrici? Successivamente, nello stesso spirito, quali sono state le mie riflessioni affinché l’elaborazione e l’analisi dei miei dati riducessero il più possibile quello che io chiamo «inquadratura discorsiva», una condizione ineludibile quando, come ricercatrici, parliamo con agenti che occupano una posizione socialmente meno privilegiata di noi?

 

Sessione II

Venerdì 22/9/23, ore 16.45-18.30, aula Morghen, Terzo piano

Ingrid D’Esposito (ingrid.desposito@gmail.com) (Università di Torino / Universidade de São Paulo), Ilú Obá de Min: performances afro-diasporiche e resistenze femministe e antirazziste a San Paolo, Brasile

Il Bloco Afro Ilú Obá de Min è un collettivo attivo nel carnevale di strada di San Paolo, in Brasile, formato da oltre 400 donne, maggioritariamente nere, e fondato sui principi del candomblé (una religione afro-brasiliana). In particolare, il bloco promuove la “cultura negra” e il protagonismo delle donne nere nella società brasiliana, attraverso performances afro-diasporiche che divengono modalità di identificazione e di militanza politica antirazzista, antisessista e contro tutte le forme di violenza e discriminazione. La principale attività dell’Ilú Obá de Min, nonostante non sia l’unica, è la costruzione della sfilata di carnevale, un processo di creazione lungo sei mesi duranti i quali le integranti del gruppo costruiscono collettivamente le proprie performances, ma anche spazi di appartenenza e riconoscimento. Al centro di questo processo ci sono i corpi, diversi e plurali, delle donne del bloco, corpi che suonano, danzano e cantano e, in questo modo, decostruiscono discorsi e rappresentazioni normative dominanti, producono narrative corporali contro-egemoniche e, simultaneamente, attivano percorsi collettivi e individuali di trasformazione. Sotto questo punto di vista, l’esperienza dell’Ilú Obá de Min non solo mette in discussione la categoria universale di “donna” proponendo categorie e rappresentazioni “altre”, ma nelle sue pratiche i confini tra “arte”, “politica” e “religione” si sfumano, rendendo necessario un loro profondo ripensamento.

Alessandra Fiorentini (alessandra.fiorentini@ehess.fr) (EHESS), Pratiche rituali femminili e autogestione

Sulla base di un lavoro etnografico svolto in Asia centrale, il mio intervento presenta il caso di un particolare tipo di leader religiose musulmane chiamate Bîbî. Le Bîbî sono a capo di una delle istituzioni di autogestione esclusivamente femminili chiamate “moshkilokhosho” che modellano e gestiscono la vita della società in questa regione dell’Asia. Si tratta di riunioni regolari di donne in cui si discutono i problemi della vita religiosa e politica delle mahallas, i quartieri delle città. Le Bîbî esercitano la loro leadership socio-politica attraverso pratiche rituali esclusivamente femminili durante le quali risolvono i conflitti interpersonali e gestiscono le lotte politiche ed economiche che affliggono la vita quotidiana degli abitanti dei quartieri, attraverso la mediazione rituale tra il mondo umano e quello sovrumano.  Questa presentazione mostrerà la complessità e la ricchezza di queste reti di donne e delle loro lotte “femministe”, che non rientrano né nella sfera d’influenza del femminismo laico occidentale, molto presente attraverso i programmi delle organizzazioni internazionali, né in quella del femminismo islamico, ma in uno spazio religioso “tradizionale” autonomo in cui gestiscono le questioni socio-politiche in un sistema gerarchico patriarcale con riguardo al ruolo e al rispetto degli anziani, ma basato su un processo decisionale collettivo.

Valentina Peveri (V.peveri@aur.edu) (The American University of Rome), ‘Species Inclusivity’ for Cultivating Diversity and Equality: Reflections Through the Lenses of Feminist Political Ecology

In viewing nature as a resource for humanity, mainstream narratives around food and agricultural research fail to recognize the agency of non-human life forms as being intrinsically entangled in humans’ everyday lives. Yet, women and other subaltern agencies play major roles and possess a wealth of knowledge in fostering multispecies communities that are rooted in a less anthropocentric vision of farming practices and the natural environment. Species inclusivity would require a rethinking of received wisdoms, and response-ability in exploring and experimenting with the counter-narratives of local actors who frame their daily interactions with natural resources not only in terms of gains or losses (resource-based), but also of human flourishing as fundamentally dependent on other species (relation-based). This talk will explore if and how a more species-inclusive approach can cross-pollinate gender in agriculture research and help cultivate both sustainable agrifood systems and gender equality. A combination of feminist and multispecies frameworks—rooted in a non-gender essentialist approach that recognizes gender not as the synonymous to the noun ‘women’ or as fixed roles, but as processes that intersect with others (social, political, legal and ecological)—will be discussed to map out what methods exist that may reflect species inclusivity. It is argued that debunking binary thinking should be applied to gender as well as the human-animal and human-plant divides.

Aziliz Kondracki (aziliz.kondracki@ehess.fr) (EHESS), Troubles sur le terrain. Limites de la posture d’extériorité dans la relation d’enquête

L’anthropologue Jeanne Favret-Saada pense la prise en compte des affects du/de la chercheur.se pour l’analyse anthropologique. L’anthropologue Sophie Caratini décrit quand à elle le “doute vertigineux” qui s’empare du.de la chercheur.se lorsqu’elle celui-ci ou celle-ci engage sa personne toute entière dans l’expérience de terrain. Elle ajoute ainsi que l’émotion qui le ou la gagne n’est autre qu’une très forte incertitude ou un bouleversement intérieur quant à ses propres fondements ou ici, lorsqu’il est question d’amour, de ses propres constructions sentimentales. Pourtant, sur le terrain ou dans l’écriture le.la chercheur.se est sommé.e de faire abstraction [d’il ou elle-même], de ses émotions et de son histoire. Or, écrit-elle, “en anthropologie, c’est impossible [puisque] le savoir se développe dans une interaction entre sujets, c’est-à-dire dans une histoire” (Caratini, 2004 : 121). À partir des notions de “savoirs situés” (Haraway et Harding in De la Bellacasa, 2014) et de travail émotionnel (Hochschild, 2017), nous réfléchirons ainsi à la fécondité d’une démarche située et féministe pour repenser la pratique ethnographique. Ainsi, nous mettrons en lumière les limites de la “posture d’extériorité” (Clair, 2022) dans la relation d’enquête. Nous réfléchirons de cette façon, aux possibilités de travailler « avec », plutôt que de « travailler sur » – l’intersubjectivité pouvant devenir aussi le lieu de production de savoirs scientifiques.

Tiziana Leucci (tizpulcino@hotmail.com) (CNRS Paris), Lotte eco-femministe per la difesa dei diritti delle donne, della democrazia e dell’ambiente sulla scena teatrale, sullo schermo cinematografico e sul terreno in India

L’India negli ultimi anni è fautrice e testimone di un profondo mutamento politico, economico e sociale caratterizzato dalla diffusione di ideologie nazionaliste estremiste, da movimenti religiosi fondamentalisti e da forme di liberalismo economico ‘selvaggio’ che accentuano sempre più le discriminazioni sociali e di genere, nonché le differenze di classe, di casta e di appartenenza religiosa, minando cosi’ le basi della sua democrazia e del suo secolarismo costituzionale. Tra gli oppositori al sistema autoritario attualmente al potere, le donne artiste, scienziate e militanti eco-femministe rivestono un ruolo politico, sociale e culturale determinante per la difesa dell’ambiente, della democrazia, dei diritti civili e della libertà d’espressione dei cittadini. Nel mio intervento trattero’ delle lotte e dell’operato di due attrici e coreografe, Chandralekha e Mallika Sarabhai, della regista cinematografica Deepa Metha, e della scienziata Vandana Shiva.

 

Sessione III

Sabato 23/9/23, ore 9.00-10.45, aula Morghen, Terzo piano

Sofia Del Vita (sofia.delvita@ehess.fr) (EHESS), Strutturare la cura: il sesso come luogo politico o la precarietà delle altrx

Quali sono le implicazioni e le prospettive di un lavoro di cura in sostegno a sex workers che parte da un processo di politicizzazione della sessualità o da una postura a tendenza umanitaria?  Inscrivendomi all’interno di un’articolazione del concetto di cura che origina dal femminismo della riproduzione sociale e dall’etica della cura, per rispondere a questa domanda ho svolto un lavoro di etnografia su due modalità di solidarietà in relazione a sex workers precarie.  Il primo è costituito dalla parte di movimento militante trans femminista queer di Bologna implicato nel progetto di crowdfunding “Nessuna da Sola”, ideato per sostenere le sex workers colpite dalla pandemia e mobilizzare per la decriminalizzazione del lavoro sessuale. Il secondo è rappresentato da un’associazione parigina, inizialmente nata con un obiettivo politico di sensibilizzazione verso lo stigma sul lavoro sessuale, ma attualmente concentrata su azioni di assistenza sanitaria e sociale svuotate di contenuto politico.  Se il primo contesto si caratterizza per una politicizzazione dei propri rapporti sesso-affettivi che si declina in mutualismo economico, il secondo si distingue per un’assenza di percezione politica della sessualità che si traduce in azioni umanitarie. A partire da questa constatazione ho cercato dunque di analizzare come un approccio politico alla cura e alla sessualità possa implicare un potenziale di contestazione delle norme di genere e del lavoro che si rivela trasformativo.

Ali Venir (a.venir@uu.nl) (Utrecht University), Vulnerabilità, consenso, cura. Riflessioni pandemiche dai/nei movimenti queer

Da esperienza etnografica e militante nella città di Bologna con realtà politiche e mutualistiche queer che si sono diversamente organizzate e riorganizzate durante i primi mesi della pandemia di covid-19, emerge come la pandemia abbia sottolineato le difficoltà emotive, le ambiguità e gli affetti contraddittori implicati nella cura come necessità politica ed affettiva. La domanda di come avere cura delle nostre reti e di noi stessɜ rimane aperta, ed uno dei molti modi per esplorarla è guardare alle dinamiche che legano il consenso alla fragilità. Dal stringersi la mano al visitare amici, dal chiedere di indossare una mascherina al pianificare un’assemblea, la sfera del consenso durante la pandemia si è estesa oltre la dimensione sessuale, emergendo in questo senso come strettamente legata alla vulnerabilità fisica e mentale. Seguendo le connessioni già esistenti che legano l’etica della cura al consenso, i cui riferimenti possono essere trovati in una genealogia kinky e poliamorosa, ed attingendo da epistemologie crip, vorrei riflettere su micro-dinamiche che rivelano spiragli sulla cura interpersonale e collettiva. Elaborazioni accademiche e non, di matrice transfemminista riportano infatti la vulnerabilità e la precarietà come esperienze condivise ed indicano l’importanza della cura e dell’interdipendenza, offrendo spunti di politica della cura queer grazie a cui le fragilità non debbano essere destinate a diventare punti di rottura.

Jess Marie Newman (jessmarienewman@gmail.com) (Cornell University), Feminist Ethnographer as Co-Conspirator? Abortion between criminalization and care

In March 2015, I asked a doctor to break Moroccan law by explaining how to use Artotec, a drug containing misoprostol, to terminate a pregnancy. Abortion’s politics contort information itself, making it suspect, criminal, unreliable, activist. As a feminist anthropologist who accessed a timely, legal, medical abortion during fieldwork, these tensions refuse sublimation through informed consent and institutional review board protocols. Abortion’s personal, embodied ontologies amplify the promises ethnographic knowledge production, which is wedded to sequences of events and intersections of experiences. All of these factors, from personal to professional, produced what I claim to know. Abortion’s criminalization recruits everyone, regardless of their intentions. Anyone who knows someone who can get pregnant can be pressed into the work of abortion accompaniment, including information sharing. As a global and historical practice, abortion accompaniment is a feminist praxis of harm reduction that rejects the validity of laws criminalizing abortion care and focuses instead on expanding access to information and support. Abortion accompaniment networks emphasize the law as the primary mechanism of harming pregnant people. This insistence rearticulates harm reduction as an oppositional political stance and mode of engagement with the state. How does this oppositional stance inform or change feminist ethnographic praxis? When does the feminist ethnographer become a co-conspirator?

Ylenia Baldanza (y.baldanza@campus.unimib.it) (Università di Milano Bicocca), Fare e dis-fare gli uomini: l’esperienza trans-masc nel sistema medico italiano in bilico tra rifiuto e reiterazione della mascolinità egemonica

Oggetto di questa proposta è un’analisi del ruolo della mascolinità egemonica nel legittimare l’identità di genere di soggetti trans-masc. Attraverso un approccio multiscalare intendo considerare come il modello di mascolinità egemonica strutturi il soggetto, la sua rete sociale e il sistema biomedico legato all’affermazione di genere. Prendo in considerazione alcuni contesti queer, mostrando come anche nella comunità LGBTQ+ si formi una gerarchia sociale trans-escludente. Questa, appellandosi a specifiche rappresentazioni di genere binarie ed egemoniche, acuisce il senso di inadeguatezza dei soggetti trans che, spesso, scelgono di emarginarsi. In secondo luogo, partendo dai casi etnografici di alcuni centri che offrono servizi di supporto psicologico per soggetti trans, evidenzio come vengano impiegati veri e propri stereotipi per determinare quali pazienti siano adatti a sottoporsi alle cure in tempi brevi. Mi soffermo in particolare su come, in questi contesti, viene a crearsi una dinamica a tutti gli effetti necropolitica, in cui chi ha una presentazione di genere non conforme ad uno specifico modello di mascolinità risulta inadatto alla transizione medicalizzata. Infine, mi soffermo sugli effetti che queste dinamiche hanno sui soggetti trans, mostrando come spesso, malgrado la sofferenza che questa struttura impone, questi apprendano come manipolare in modo agentivo rappresentazioni e stereotipi relativi alla propria mascolinità come strategia di sopravvivenza.

Alice Manfroni (a.manfroni1@campus.unimib.it) (Università di Milano Bicocca), Posizionarsi in una ricerca sulla sessualità e l’adolescenza: sfide teoriche e pratiche

L’educazione alla sessualità, in Italia, è un terreno di scontro tra diverse soggettività politiche e richiede, per chi fa ricerca, una continua riflessione critica sul proprio posizionamento. Nella ricerca etnografica che sto conducendo sulla costruzione delle soggettività sessuali e di genere in età adolescenziale ho adottato un posizionamento femminista e queer, in cui i ruoli di ricercatrice, attivista e educatrice sessuale si contaminano per contribuire a un’azione sociale e politica nel contesto studiato. Fare ricerca sulla sessualità con persone adulte e adolescenti ha fatto emergere, però, una serie di questioni riguardo alla gestione della mia stessa soggettività e delle relazioni co-costruite sul campo. Come interagisce, ad esempio, la soggettività sessuale e di genere di chi fa ricerca nei rapporti di potere sul campo? In che modo negoziare i differenti ruoli quando l’azione politica e l’etnografia si intrecciano? È possibile allontanarsi da logiche estrattiviste di produzione di sapere per rendere la ricerca stessa un momento di decostruzione e sovversione delle norme sessuali e di genere? A partire da una serie di esperienze etnografiche vorrei, quindi, riportare alcune sfide incontrate nella costruzione di un’etnografia femminista e queer e riflettere sulle pratiche per affrontarle.

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