Liminalità permanenti. Etnografie di speranze e disillusioni in spazi transnazionali e orizzonti tardo-industriali
Panel 03 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”
Matera, 25-27 settembre 2025
Proponenti: Francesca Scionti (Università di Foggia), Francesca Maria Bassi (Università di Foggia), Lorenzo D’Orsi (Università di Foggia)
Abstract
I rapporti tra speranze, disillusioni e desideri acquisiscono importanza cruciale per la pratica etnografica che spesso si confronta con orizzonti immaginativi plasmati da una percezione del tempo che le comunità vivono come sospeso/interrotto e soprattutto ancorato ad una dimensione di waithood che condiziona pratiche e discorsi. Una politica dell’attesa esplicitata dal concetto di liminalità, che scegliamo d’intendere come sospensione permanente che genera operazioni simultanee e opposte: esclusione e autonomia, communitas plurali, fratture e congiunzioni. A partire da contesti sociali in cui s’intersecano tanto un’industrializzazione voluta e disattesa quanto una presenza migratoria transnazionale e territorialmente stigmatizzata, il panel intende accogliere sia contributi che esplorino i modi in cui la dialettica temporale interviene nel definire la relazione tra desiderio e speranza nell’orizzonte tardo-industriale, sia contributi che riflettano sul modo in cui le pratiche di mobilità e le culture della migrazione plasmano la costruzione di orizzonti immaginativi transnazionali, contesi tra meccanismi di costruzione della speranza e fratture. Questo orizzonte, segnato sia da scarti e rovinamenti capaci di generare spazi di immaginazione di futuri possibili sia da flussi migratori che si muovono tra aspettative e vincoli, consentirà di ragionare sul rapporto tra governo dell’indesiderabile e condizioni di liminalità permanente.
Keywords: liminale, migrazione, tardo-industriale, rovine, stigma
Lingue accettate: Italiano
Sessione I
Giovedì 25/9/25, ore 14.00-15.45, aula B003, piano terra
Valentina Acquafredda (valentina.acquafredda@unifg.it) (Università di Foggia), Manfredonia, la sospesa: etnografia di una città vegetativa
La polisemica lente della sospensione si propone come valido strumento euristico per analizzare e restituire un segmento dell’etnografia urbana condotta a Manfredonia, liminale, antica e popolosa città della Capitanata. Manfredonia, a partire dal secondo dopoguerra, è stata attraversata da tentativi di industrializzazione che hanno riconfigurato il territorio, le aspettative e le narrazioni su di esso, lasciando — dal punto di vista sia emico che etico — rovine materiali e immateriali, in cui l’ideale e il fallimento si fondono. In questo contesto tardo-industriale, i discorsi pubblici sulla città risultano dicotomici: da un lato, una cronica insoddisfazione per le interruzioni del processo di sviluppo socio-economico e per la discontinuità politico-istituzionale che ha condizionato il governo urbano, dall’altro, emergono retoriche e pratiche di re-incantamento e brandizzazione del territorio. Tuttavia, la pratica etnografica mostra come la città sia attraversata da pratiche di significazione da liberare tanto dall’asfissiante etichetta dell’eccezionalità quanto dalle strategie di occultamento. Questo contributo intende riprendere e al tempo stesso problematizzare il concetto di città vegetativa (Brighenti 2018), per mostrare come Manfredonia possa essere pensata non solo come luogo di (in)attività e (in)produttività, ma come organismo sensibile, attraversato da tensioni liminali tra memoria e oblio, riscatto e immobilismo. Una soglia che non si supera, ma che si abita.
Michele Claudio Domenico Masciopinto (michele.masciopinto@unifg.it) (Università di Foggia), Sospesi sulle onde, tra attese, nostalgie e immaginari futuri: esperienze liminali sulla costa a Manfredonia
Il contributo mira a prendere in analisi la costruzione di senso dei luoghi osservandoli da una prospettiva privilegiata: quella del mare che si manifesta, nella sua dimensione sociale e culturale, come area di transizione e soglia dove avvengono scambi ed interazioni con la terra, ambiente capace di configurare una delle linee di confine in cui si manifesta la forma liminale dell’elemento liquido. Tale aspetto è stato indagato nell’ambito di una etnografia condotta a Manfredonia, città costiera della Puglia contraddistinta dalla presenza di un passato industriale ancora molto radicato nei discorsi e nella memoria dei cittadini. Immergendomi nelle strade cittadine, sono giunto al porto commerciale, tra moli e banchine, nel quale ho potuto scrutare l’attività di pescatori, marinai e portuali nella loro interazione quotidiana con la costa. Qui il mare diventa un rituale, uno spazio simbolico che accoglie uno stato di libertà piena ma allo stesso tempo di abbandono e lontananza, una zona interstiziale di incertezza nel quale cogliere la tensione costante tra le esigenze di promuovere lo sfruttamento delle risorse marine e delle reti commerciali marittime e le minacce di destabilizzazione derivanti dall’apertura a nuove forme di economia del mare. Nelle mani che intrecciano nuovi nodi delle reti e negli sguardi dei pescatori e dei marittimi è possibile cogliere nostalgie e rivendicazioni identitarie, ambiguità e conflitti, che emergono dalla dimensione di sospensione dell’essere, tra le onde, in un ambiente di passaggio.
Riccardo Uras (riccardo.uras2@unica.it) (Università di Cagliari), La tonnara e la fabbrica: lavoro stagionale e orizzonti precari nel Sulcis tardo-industriale
Il Sulcis-Iglesiente è una regione della Sardegna sud-occidentale, caratterizzata da un passato industriale e da una rapida deindustrializzazione a partire dagli anni Novanta. La crisi dell’industria pesante ha lasciato dietro di sé non solo fabbriche dismesse, ma anche un presente incerto, segnato da disillusioni e speranze rivolte al futuro. In questo contesto il lavoro in tonnara, stagionale e precario, permette di ragionare sulle intersezioni tra differenti temporalità, esplorando l’intreccio tra nostalgie e disillusioni rispetto al passato industriale e la (im)possibilità di immaginare il futuro. Questo lavoro viene spesso scelto per il contatto con il mare e per un senso di libertà che contrasta con i ritmi del lavoro industriale. Tuttavia, questa scelta si scontra con limiti che rendono difficile costruire una progettualità di vita: contratti stagionali, incertezza economica ed assenza di prospettive. Una condizione sospesa, in cui l’unico orizzonte futuro immaginabile è la fine della stagione o la possibilità di partire altrove. A partire da una ricerca etnografica in corso nelle tonnare del Sulcis, questo intervento analizza come si ridefiniscono attese e speranze in un’area periferica del capitalismo tardo-industriale, tra le eredità del mondo operaio e nuovi spazi economici, tra le difficoltà di restare e la spinta a partire. Se, come suggeriscono Narotzky e Besnier (2014), le pratiche economiche possono essere lette come processi in cui si negozia la possibilità di un futuro desiderabile, le narrazioni e i progetti di vita dei lavoratori della tonnara diventano un terreno cruciale per riflettere sulle tensioni tra precarietà presente e possibilità (o impossibilità) di proiettarsi nel futuro.
Sara Bonfanti (sara.ahimsa@gmail.com) (Università di Genova), Vincenzo Matera (vincenzo.matera@unimi.it) (Università di Milano La Statale), L’immaginazione come matrice di progetti migratori. Desideri, aspettative, disillusioni
Il nostro contributo si concentra sul ruolo che la nozione di immaginazione svolge, entro la teoria antropologica, in relazione ai due versanti della produzione del senso e della produzione della soggettività; con riferimento alla costruzione di progetti di vita, proiettati in un altrove e in un futuro. Dapprima, ponendo un dubbio sulla adeguatezza di modelli teorici basati sull’azione dell’immaginazione in cui si enfatizzi il ruolo dell’immaginario condiviso (flusso inarrestabile e accessibile) senza tener conto della prassi, cioè la situazione concreta in cui i soggetti sono imbricati e da cui cercano di raggiungere certe immagini che pure, qualcun altro/a, imbricato da qualche altra parte, deve produrre e far circolare. Nessun immaginario è mai neutro, bensì è fortemente condizionato ideologicamente e politicamente. Questa la cornice, teorica ed etnografica, entro cui acquistano spessore le categorie del desiderio, dell’aspettativa, della disillusione, sino a configurare una condizione di perenne liminalità. E se la disillusione preventiva fosse invece un grimaldello per provare ad uscire da condizioni di attesa forzata, in cui l’aspettativa del negoziare, e spesso negoziarsi al ribasso, fosse il male minore, la strategia (Rohrer & Thompson 2022) con cui “immaginarsi verso” e davvero arrivare a destinazione? Entro questa ipotesi teorica, discuteremo quindi un caso di studio: l’esperienza, ormai pluridecennale, di (decine di) centinaia di operai bangladesi transitati dallo smantellamento navale nel delta del Gange-Brahmaputra, alla costruzione di massive imbarcazioni, da cargo e da crociera, nei cantieri navali storici italiani, da Sestri Ponente a Marghera e Monfalcone. Quali le nuove forme dell’immaginario che qui si vanno assemblando, quanto diversificate o condivise nel continuum della cantieristica italiana che oggi sfida la concorrenza globale con mani e abilità di lavoratori altrettanto globali?
Pietro Fornasetti (pietrofornasetti@gmail.com) (Università di Foggia), Oltre la logica estrattiva: profitto e valore nei “ghetti” africani della Capitanata
Un migrante del Burkina Faso residente da anni a Torretta Antonacci (ex “Ghetto di Rignano”), accompagnato in un mercato dell’usato in periferia di Foggia, mi mostra dei vestiti che, comprati all’ingrosso, potrebbero esser rivenduti in Burkina con un eventuale margine di guadagno. Per vederne il valore bisogna, dice, “essere visionari” (être visionnaire) e riconoscere la loro potenziale africanità (“ça c’est africain!”). Interessante, non solo poiché ai miei occhi la fattura dei capi di abbigliamento è tipicamente occidentale, e perché so che in Burkina Faso sarebbero valorizzati perché … “europei”. Ma anche perché i “ghetti” di Capitanata fanno parte di reti transnazionali di circolazione di merci, che le diaspore africane spediscono via container verso l’Africa. Questi spazi residenziali liminali non sono quindi esclusivamente generati dalla logica estrattiva della produzione agroalimentare, di cui oggi la “grigizzazione” dei rapporti di lavoro (Corrado e Colloca 2021) è un ingranaggio essenziale. Essi sono anche spazi i cui abitanti (uomini e donne, braccianti agricoli e non) generano valore, iniettando beni e servizi in filiere autonome, irriducibili anche alla categoria di “economie informali”. Partendo da un’etnografia multisituata in corso, ma interrogando la distinzione antropologica tra profitto e valore, l’intervento contribuirà quindi a comprendere le ragioni della rigenerazione dei “ghetti”: processo che da vent’anni si osserva nella provincia, nonostante la pluralità di strategie di contrasto delle condizioni di “vulnerabilità” dei residenti.
Sessione II
Giovedì 25/9/25, ore 16.15-18.00, aula B003, piano terra
Emanuela Mitola (emanuela.mitola@unifg.it) (Università di Foggia), Liminalità permanente, lavoro migrante e insediamenti informali in Capitanata: un’analisi etnografica
La liminalità permanente emerge come categoria analitica cruciale per comprendere la costante precarietà che investe il binomio migrazioni-lavoro. Molte sono state le analisi che hanno sottolineato quanto l’informalizzazione del mercato del lavoro sia intrinsecamente connessa alle condizioni di irregolarità degli stranieri, la cui presenza è stata definita come strutturale nel settore agroalimentare. Allo stesso modo è stato evidenziato il nesso tra “imbrigliamento” dei lavoratori e la condizione di vulnerabilità giuridica, frutto dell’inasprimento delle politiche securitarie, viste da alcuni come meccanismi per limitare la mobilità e scoraggiare la rottura del vincolo occupazionale. Attraverso un lavoro etnografico svolto in Capitanata, il presente lavoro di ricerca si propone di indagare gli effetti delle politiche volte al contrasto allo sfruttamento del lavoro e all’inclusione socio-abitativa dei migranti messe in campo dalla Regione Puglia, con un focus sui progetti presentati nell’ambito del PNRR M5C2. La forte concentrazione di manodopera straniera e la progressiva espansione di alcuni insediamenti informali portano la Capitanata a configurarsi come un punto di osservazione privilegiato per riflettere sulle varie declinazioni generate dalle politiche dell’attesa ma anche per far emergere strategie di fuga e le nuove forme di solidarietà e aggregazione. Un punto di vista etnografico su questo tema aiuta a riflettere sulle contraddizioni esistenti tra il “predicato” normativo e il “praticato” sul campo, le quali si riflettono nella scarsa riuscita che le pratiche di contrasto al fenomeno hanno avuto fino ad ora.
Francesco Pompeo (francesco.pompeo@uniroma3.it) (Università Roma Tre), Il paradosso Cubano: invenzione del quotidiano, liminalità e policrisi
Cuba, la maggiore isola dei Caraibi, si è identificata storicamente come un limen carico di valori simbolici: tra mondi coloniali prima, come ribelle protagonista della guerra fredda poi. Negli ultimi trent’anni, il suo “stare sul limite” si è poi concretizzato in una transizione di modello infinita, vissuta nell’invenzione del quotidiano, attraverso una specifica cultura del rebusque e dei settori informali. Quell’esperienza oggi vive una drammatica policrisi, raccontata come peggiore del periodo Especial (1991-1995). In quella tappa, col disancoramento dal sistema socialista, con qualche residuo del carisma rivoluzionario c’era ancora l’idea della lucha. Motivazioni assenti con la fine del deshielo, quando, con Obama, l’isola superò i 5 milioni di turisti (2017-2019) e col nuovo Ordinamiento Economico (2020) la fine delle tre monete (CUP, CUC e $ USA). La fase Covid da un lato ha determinato la liberalizzazione dei social, dall’altro tra fermo turistico e ulteriore perdita di efficienza del settore statale, forte inflazione e impoverimento. Si mina così l’equazione sociopolitica della convivenza tra due modelli: la base salariale socialista, accanto al mercato informale, i “quentopropistas” e le piccole imprese (MIPYMES). I beni importati compensano la scarsità di quelli pubblici: per sopravvivere alla violenza neoliberale da lato la proliferazione di comunità virtuali, quindi l’accentuato transnazionalismo, per cui la diaspora, che si calcola in almeno 3 milioni, con precise caratterizzazioni di genere e generazione è divenuta risorsa indispensabile, per procurarsi valuta, quindi cibo e medicinali (dall’insulina in poi).
Francesca Maria Nicoletta Bassi (francesca.bassi@unifg.it) (Università di Foggia), Nicholas Correa De Amaral Faina (nikolas.faina@gmail.com) (Università degli Studi Internazionali di Roma), Spazio transmigratorio e flussi simbolici: i culti afrobrasiliani in Italia tra desiderio di permanenza e adattamenti alla società di accoglienza
I movimenti transnazionali dei culti afrobrasiliani (Umbanda e Candomblé) in Europa e in Italia (Faldini 2018; Golfetto 2020) rafforzano e rivitalizzano narrazioni delle origini, si aprono a mediazioni esogene e si caratterizzano per una doppia appartenenza (europea e brasiliana), territorializzandosi come comunità transnazionali (Capone 2005). Le connessioni tra diversi santuari in Brasile, Portogallo e Italia delineano uno spazio transmigratorio connotato da flussi simbolici e spostamenti effettivi, come dimostrano i frequenti viaggi dei leader religiosi. Il riferimento alla raiz (radice) brasiliana e alla matrice africana è sempre ricercato, anche per arginare le aperture agli elementi della spiritualità new-age, soprattutto tra gli iniziati italiani. Ambivalenze tra adattamenti alla società di accoglienza e desiderio di mantenere l’ideale afrobrasiliano si presentano anche durante lo svolgimento dei rituali. Questa presentazione intende proporre alcuni risultati della ricerca etnografica svoltasi in centri di culto di Umbanda e Candomblé in Lombardia, Lazio e Puglia. Gli enunciati e le pratiche di tipo simbolico, ritualistico e terapeutico che circolano in queste comunità religiose qualificano uno spazio interstiziale o trasversale: una zona di liminalitá permanente in cui si delinea un orizzonte epistemologico e ontologico contro-egemonico che sfida l’assetto dominante, beneficiandosi della crisi di un centro di valori assoluto tipica della tarda-modernità.
Domenico Copertino (domenico.copertino@unibas.it) (Università della Basilicata), Fra transnazionalità e territorialità. Desideri di home-making e disillusioni del personale religioso islamico in Puglia
In questo intervento mi concentro sui progetti territoriali e sulle azioni di “appaesamento” (home-making) del personale religioso islamico in Puglia (imam, imam khatib, leader delle associazioni, eccetera). Questo è composto prevalentemente da migranti provenienti da Medio Oriente / Nord Africa e dal subcontinente indiano, non necessariamente dotati di una formazione ufficiale nel campo delle scienze religiose. I processi di territorializzazione, che li vedono protagonisti attivi all’interno dei gruppi che essi rappresentano (che provengono anche da altri contesti, come i Balcani, l’Africa subsahariana o l’Italia, nel caso di persone convertitesi all’Islam), possono essere intesi come dinamiche opposte allo sviluppo di soggettività transnazionali e sradicate dai contesti sociali in cui essi vivono. I desideri di radicamento dei leader religiosi e le attività finalizzate a perseguirli possono esprimersi e strutturarsi attraverso pratiche rituali e argomentative, come l’organizzazione e l’adattamento di spazi sacri, l’esecuzione delle adorazioni, la produzione e la fruizione delle orazioni, l’interpretazione collettiva dei contenuti dottrinali, l’esecuzione di riti in spazi pubblici, la partecipazione a dibattiti mediatici in qualità di rappresentanti dei musulmani. Le congiunture storiche che favoriscono o contrastano questi desideri e progetti possono essere commentate, interpretate, contestate attraverso ragionamenti inquadrati all’interno di cornici discorsive islamiche.
