23 Agosto 2025

In ricordo. Ferdinando Fava (1960-2025)

di Dario Nardini

“L’informazione di cui [il dispositivo etnografico] è creatore [è] in qualche modo indissociabile dal processo relazionale che l’ha generata”. Così scriveva, poco prima di lasciarci, Ferdinando Fava, Professore ordinario di Antropologia culturale nel Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità (DiSSGeA) dell’Università di Padova, scomparso dopo un’improvvisa malattia il 14 agosto, due giorni dopo aver compiuto 65 anni.

Una parte importante delle sue riflessioni le ha dedicate proprio a far luce sulle implicazioni e sulle conseguenze di questa evidenza metodologica. Se la conoscenza etnografica si produce nella relazione, come possiamo porci nei confronti degli altri per impostare uno scambio efficace? Come possiamo fare in modo che, proprio in virtù delle relazioni che ci legano, i nostri interlocutori sul campo non si limitino a consegnarci delle informazioni (cosa che ci interessa fino a un certo punto) ma aprano per noi una finestra sul “loro mondo”? Come hanno fatto, con una spontaneità che sorprendeva anche chi le conosceva più intimamente, le persone con cui Ferdinando Fava ha fatto ricerca, in contesti ai quali, per molti, è complicato anche solo avvicinarsi, come il quartiere Z.E.N. di Palermo.

Il “gesto etnografico”, Fava lo sapeva bene, presuppone un’attitudine a osservare ciò che ci circonda e una disposizione all’ascolto che non sono soltanto strumenti di indagine, ma qualità che caratterizzano un certo modo di stare al mondo. La “postura” etnografica ci definisce come persone, oltre che come studiosi, tanto da risultare complicato, a volte, capire fino a che punto questo modo di porci lo abbiamo appreso con lo studio e con la pratica, e quanto invece sia parte di una sensibilità di cui già eravamo dotati, ma che era rimasta latente finché non l’abbiamo trasformata in uno strumento euristico. Per molti antropologi sono vere entrambe le cose: quella sensibilità si apprende, ma fa anche intimamente parte di noi. È stato così per Ferdinando Fava, per cui non è mai stato possibile separare l’uomo dallo studioso. La sua antropologia si nutriva della sua vitalità, dell’inesauribile curiosità, della beffarda ironia, e la sua vita era in qualche modo ispirata dal metodo e dalla teoria. L’hanno ricordato, con interventi commossi e appassionati, le amiche e gli amici, le colleghe e i colleghi, le moltissime persone convenute al suo funerale, lunedì 18 agosto, nella chiesa della sua Bianconese, in provincia di Parma.

Profondamente consapevole della forza generativa delle relazioni umane, Ferdinando Fava ne ha messo in pratica le potenzialità, nella vita come nel lavoro, nell’ambito di tutte e tre le “missioni” che guidano l’attività istituzionale dell’Università. Ferdinando Fava era, da anni, un riferimento nel campo dell’antropologia urbana, dove, con un pensiero eclettico e originale, aveva introdotto nuovi modi di ragionare sulla produzione della marginalità, sui processi di esclusione, sulle possibilità etiche ed epistemologiche dell’ascolto.

Come advisor per l’America latina dell’Università di Padova, aveva avviato numerose collaborazioni. Invitava a lavorare insieme gruppi anche molto eterogenei di persone, che potevano rivelarsi sorprendentemente complementari, e che proprio interfacciandosi tra loro trovavano risorse che difficilmente avrebbero saputo sviluppare individualmente. L’Argentina, recentemente la Colombia, la Francia in cui si era formato, Palermo: viaggiava sempre con piacere e individuava collaboratrici e collaboratori ai quali regalava, sistematicamente, nuove motivazioni. Con un approccio che a volte poteva apparire idealista, altre ingenuo, altre ancora puro, pensava i suoi progetti entro gli orizzonti più alti della ricerca, dei principi che la ispirano e dei presupposti etici che ne orientano le azioni, senza porsi il problema dei provincialismi accademici. Con conseguenze che potevano risultare anche frustranti.

Attivamente coinvolto in molti progetti per il miglioramento e l’innovazione della didattica in Ateneo, proponeva corsi appassionanti e innovativi, che sulla carta potevano talvolta sembrare velleitari. Studenti e studentesse, però, dai suoi insegnamenti uscivano sempre molto soddisfatti, assegnandogli punteggi incredibilmente alti nei questionari finali di valutazione, per la soddisfazione quasi stupefatta dei direttori dei corsi di laurea. Convinto che l’apprendimento si concretizzasse attraverso un processo di continuo confronto, con se stessi, con i testi, con i docenti e con le esperienze di vita di ciascuno, Ferdinando Fava stimolava gli studenti e le studentesse a riconoscere, e seguire, le loro inclinazioni, motore primario della disponibilità ad apprendere. Perché, come aveva chiarito solo qualche mese fa in un intervento sulla didattica innovativa a Palazzo del Bo’, “preferire non è ancora decidere, ma è ciò che rende possibile”. Per questo si è dedicato con inesauribile passione, nel nostro ateneo e non solo, a implementare le risorse della didattica innovativa e dell’active learning, cioè di quella modalità di apprendimento che prevede la partecipazione attiva appunto all’attività didattica.

Teoria, ricerca, costruzione del sapere e apprendimento, nella sua visione, non potevano essere tenuti separati. Concepiva il dipartimento, e l’università, come “comunità di apprendimento”, nelle quali tutti contribuiscono a co-produrre conoscenza, cooperando tra loro in virtù di un obiettivo condiviso. Si adoperava costantemente per coinvolgere tutti in questo progetto: studenti, docenti, personale tecnico e amministrativo, società civile. E anche i complicati e talvolta farraginosi meccanismi della burocrazia sembravano fare un po’ meno resistenza, di fronte alle sue richieste, accompagnate sempre dal suo ormai proverbiale sorriso.

Come quando, nel 2024, aveva convogliato le risorse e le energie di un nutrito gruppo di studentesse e studenti, docenti e PTA nella progettazione di un murales nella sede universitaria del Beato Pellegrino, senza che i vincoli della soprintendenza o i formalismi delle normative sulla sicurezza abbiano potuto scoraggiarne l’esecuzione. L’opera, conclusa con grande soddisfazione di tutti, sta lì a ricordarci che un’università vissuta come progetto collaborativo è ancora possibile, nonostante i limiti strutturali che conosciamo.

Ferdinando Fava l’ho incontrato per la prima volta nel 2018, al convegno della Società Italiana di Antropologia Applicata a Cremona. Lui, intellettuale di rilievo, interloquiva sul palco della plenaria con Marc Augé; io, gregario della ricerca, accompagnavo in macchina l’antropologo francese al suo albergo. L’anno scorso ho preso servizio nel Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità (DiSSGeA) e Ferdinando Fava subito ha saputo rinnovare, in me, la freschezza, l’entusiasmo e la preziosa genuinità delle prime ricerche. Con garbo e sensibilità, mi ha accolto e introdotto a colleghe e colleghi, mi ha guidato nei miei primi veri confronti con le dinamiche accademiche e mi ha mostrato angoli della Padova in cui aveva vissuto. Entusiasta all’idea di ciò che avremmo potuto sviluppare insieme, mi ha subito coinvolto in alcuni dei moltissimi progetti che stava seguendo. Avevamo purtroppo appena cominciato a pensare al progetto con cui sono stato arruolato, “Cities without walls: antropologia e scienze psicologiche per il nostro futuro”, promosso con la Scuola di Psicologia dell’Università di Padova. In esso, Ferdinando Fava aveva trovato un modo assolutamente proficuo per intrecciare le sue competenze in antropologia urbana con le mie ricerche sullo sport. Mancherà la sua guida perspicace, ma la mia attività prosegue con soddisfazione nel solco che lui aveva tracciato, con l’inaugurazione, quest’anno, di un seminario di antropologia e psicologia nei miei corsi.

Con iniziale scetticismo da parte mia, che sentivo di non avere abbastanza competenza in quel settore, mi aveva subito inserito nel neonato Master in Antropologia Medica, incardinato nell’offerta formativa del Dipartimento di Scienze Cardio-Toracico-Vascolari e Sanità Pubblica dell’Università di Padova. Come accade alle menti più brillanti, Ferdinando Fava aveva visto in anticipo quello che noi collaboratori siamo riusciti a mettere a fuoco solo strada facendo, a master avviato. Oltre a essersi rivelato un successo per il numero di iscritti e per la soddisfazione da questi mostrata, il master ha aperto un dialogo fruttuoso, e particolarmente rilevante per il nostro settore, tra discipline umanistiche e scienze mediche in ateneo. L’anno prossimo, il master sarebbe dovuto diventare internazionale, grazie al contributo della Pontificia Universidad Javeriana di Bogotà, con cui Ferdinando Fava aveva preso contatti in un viaggio di qualche mese fa. La sua prematura scomparsa ha inevitabilmente provocato uno slittamento nell’avvio di questa collaborazione.

Con lo stesso spirito, aveva avviato per la ULLS 6 Euganea un corso sul tema “Antropologia culturale: salute e cura della malattia. Etnie, convinzioni e determinanti di salute a confronto”, nel quale mi aveva subito inserito. Il corso si è rivelato un insostituibile strumento di dialogo con gli operatori sanitari che lavorano sul territorio, e un prezioso veicolo per la condivisione della prospettiva antropologica e della sensibilità etnografica in campo sanitario.

Rimane forte, in me come nei molti colleghi e colleghe del DiSSGeA che hanno condiviso un pezzo di strada con lui, la volontà di mantenere vivo non solo il suo ricordo, ma il pensiero, la visione, lo spirito e la progettualità.

 

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