Call me “mamacita”: Afro-descendant and Caribbean women negotiating hope and desire
Panel 32 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”
Matera, 25-27 settembre 2025
Proponenti: Elena Zapponi (Università Ca’ Foscari di Venezia), Elise Hjalmarson (University of California, Berkeley)
Abstract
This panel explores the intersections of desire, hope and despair in the experiences of Latin American and Caribbean women, particularly those who are Afro-descendant, within transnational economies of intimacy. Legacies of slavery and the sugarcane economy have historically framed Caribbean and Brazilian women as desirable and consumable, perpetuating colonial stereotypes that continue to shape women’s representations and social positioning. Constructing women as static objects of desire rather than actively desiring subjects, such racialized and gendered imaginaries infiltrate intimate relationships, orient migration trajectories and exacerbate economic precarity, compelling women to respond. Rather than reproducing narratives of exoticization, this panel examines how women navigate racialized and gendered constraints, self-representing and actively subverting, refining or reclaiming the mamacita figure – a male-constructed, reductive and sexualized image – in some cases, turning it into a tool of agentic self-definition. We invite contributions that engage with these themes, bridging historical legacies with contemporary configurations of desire. By foregrounding women’s lived experiences, this panel challenges deterministic accounts of sexual tourism and hypersexualization, instead offering a nuanced understanding of how hope and desire are negotiated across intersecting differences of class, gender, status and borders.
Keywords: Desire, Hope, Caribbean, Women, Racialized Sexualities
Lingue accettate: Italiano / English / Français / Español
Sessione I
Venerdì 26/9/25, ore 9.00-10.45, aula B102, primo piano
Marcela Augusta Oliveira da Costa Cabai (904001@stud.unive.it) (Università Ca’ Foscari di Venezia), «Eu sou piriguete sim»: la donna piriguete e il (pre) giudizio di genere in Brasile
Nato come termine gergale a Salvador, Bahia, piriguete deriva dalla fusione del portoghese perigo (pericolo) e dell’inglese girl, ed era originariamente utilizzato per descrivere una donna percepita come pericolosa perché non interessata a relazioni serie, disposta ad assumere il ruolo di amante e con uno stile di abbigliamento provocatorio. Il termine si è diffuso in tutto il Brasile attraverso la musica, al punto che, nel 2011, è stato inserito nel dizionario brasiliano. Nonostante il significato apparentemente negativo, per molte donne si tratta di un’espressione di emancipazione femminile, adottata anche dalla cantante Madonna per autorappresentarsi durante il suo concerto a Rio de Janeiro nel 2012, affermando: «Sim, sou uma piriguete». La differenza nell’uso del termine tra narrazioni maschili e femminili è significativa: nel primo caso lo stesso è impiegato in modo dispregiativo, mentre nel secondo può, in base al contesto, essere rivendicato come affermazione della donna di autonomia e libertà di decidere cosa fare e con chi. Questo contributo si propone di esplorare le diverse percezioni che emergono dall’uso della parola piriguete, attraverso un’etnografia condotta con abitanti della città di San Paolo. Riprendendo l’etimologia del termine, l’obiettivo è verificare in cosa consista il pericolo della donna piriguete.
Floriana Marinelli (f.marinelli5@campus.unimib.it) (Università di Milano – Bicocca), Call me “emprendedora”: Cuban women crafting agency in Havana’s entrepreneurial ecosystem
This paper explores how young Cuban women involved in small-scale enterprises navigate innovative economic practices not only as a means of livelihood, but also as spaces of social recognition, creative expression, and moral positioning in post-socialist Havana. Drawing on ethnographic fieldwork conducted among women who proudly identify as emprendedoras across sectors such as fashion, design, wellness, education, and artisanal production, I trace how their entrepreneurial paths are shaped by precarious economic conditions, digital connectivity, and dense networks of female solidarity. Despite differences in educational background, family roles (e.g. single mothers), and racialized self-identifications, these women share a commitment to creativity and to cultivating both informal and formal networks. These networks (“estar enREDada”, as an emic pun) often function as women-only safe spaces, fostering support, skill-sharing, and forms of sorority – without necessarily avoiding collaboration with male entrepreneurs. While many women strategically embrace aesthetics, scales of production, and dispositions that align with socially sanctioned femininity – allowing them to remain legitimate and “low-profile” in the eyes of both the state and society, while managing care responsibilities – these same strategies risk reinforcing normative gender stereotypes. Entrepreneurship, in this context, becomes a double-edged space: it offers possibilities for visibility, autonomy, and aspiration, while simultaneously reproducing certain constraints.
Livia Dubon Bohlig (liviadubonb@gmail.com) (Independent curator and researcher), Listening to photographs: Reclaiming Desire and Memory in the Colonial Archive
This paper explores how Afro-descendant women engage with colonial archives to reclaim agency and reconfigure desire beyond racialized and gendered imaginaries. Emerging from Adwa, a curatorial practice-as-research PhD project (TECHNE–AHRC, UK), it focuses on the IsIAO photographic collection in Rome – an archive that has historically rendered Black bodies visible through a colonial, hypersexualized gaze. Rather than reinforcing the archive’s visual regimes, Adwa proposes a methodology centered on listening, care, and affect. Informed by Black feminist theory (Hartman, Campt, Oyěwùmí), sound studies, and somatic trauma work, this approach rejects the extractive logic of ocularcentrism and embraces the sensorial as a site of resistance. Through the dialogues and study with Afro-descendant women artists and thinkers in Italy, the project activates alternative forms of encounter with colonial imagery – where sound, voice, and embodied memory disrupt fixity and reclaim space for agency, grief, and hope. By shifting from spectacle to relation, this paper engages with transnational economies of intimacy, showing how Afro-descendant women resist and rework inherited narratives of exoticization. It offers a vision of the archive not as a static repository of trauma, but as a generative space where desire can be renegotiated on new terms.
Sessione II
Venerdì 26/9/25, ore 11.15-13.00, aula B102, primo piano
Raúl Zecca Castel (raul.zecca@gmail.com) (Università di Milano – Bicocca), Il chapeo come pratica di resistenza e agency femminile nei bateyes della Repubblica Dominicana
Secondo il dizionario della Real Academia Española, chapear significa “pulire la terra da erbacce e sterpaglie con il machete”. Questo termine, tuttavia, è entrato a far parte del linguaggio comune dominicano per indicare una particolare arte della seduzione esercitata facendo leva sulle armi della bellezza fisica e finalizzata a ottenere vantaggi economici o di status. A differenza della prostituzione codificata, il chapeo non presuppone necessariamente uno scambio sessuale né un pagamento in denaro: si tratta piuttosto di una forma di negoziazione affettiva ed erotica che può estendersi fino alla ricerca di un matrimonio di convenienza. Questa proposta intende esplorare il chapeo come pratica diffusa tra le giovani donne haitiane nate nei bateyes dominicani, insediamenti rurali legati alla storia della schiavitù e all’economia saccarifera. Lungi dal configurarsi come una semplice riproduzione di stereotipi coloniali e sessualizzanti, il chapeo è inteso come una strategia femminile di soggettivazione e autodeterminazione in cui l’uso consapevole del corpo diventa strumento per negoziare desiderio, sopravvivenza e mobilità sociale. Attraverso dati etnografici raccolti sul campo, si mostrerà come queste donne risignifichino la figura tradizionale della mamacita, trasformandola da oggetto passivo del desiderio maschile a soggetto attivo capace di orientare le proprie scelte affettive e migratorie. In questo modo, il chapeo emerge come forma di resistenza quotidiana alle condizioni di marginalità strutturale, e come spazio di agency personale in cui desiderio e speranza si intrecciano in una complessa economia dell’intimità transnazionale.
Elena Zapponi (elena.zapponi@unive.it) (Università Ca’ Foscari di Venezia), “Call me mamacita. Donde esta el piropo?”. Riflessioni su genere e desiderio nella performance dello spazio pubblico
Il paper esplora le intersezioni tra desiderio, speranza e relazioni di genere attraverso le pratiche del piropo a Cuba, la pratica del complimento, agita pubblicamente nelle strade, focalizzandosi su come questa venga esperita da donne cubane. Un’etnografia dislocata tra l’Avana e Roma, riflette con le interlocutrici sulle forme del piropo ricevuto all’Avana e le mette in rapporto con le connotazioni del “complimento” ricevuto in Italia, descritto come un’“altra cosa” rispetto al botta e risposta che avviene nel proprio paese in reazione ai commenti maschili, in una specifica condivisione sociale dello spazio pubblico. La prospettiva comparativa adottata permette di riflettere su relazioni di genere e gerarchie a partire dall’accesso, uso e strutturazione sociale dello spazio pubblico della calle o strada. Lo scarto tra la pratica sociale del piropo cubano agita e “giocata” a Cuba e il commento/complimento maschile “ricevuto” in Italia permette di riflettere su traiettorie biografiche migratorie, di pensare relazioni di genere e reificazioni esotizzanti fondate su diseguaglianze e di esplorare differenti declinazioni della figura della mamacita.
Elise Hjalmarson (elisehjal@berkeley.edu) (University of California, Berkeley), “Lo que pasa en La Habana…”: Afro-Cuban women negotiating racialized hierarchies in postcolonial Spain
This paper intervenes at the intersection of feminist and migration studies to explore how Cuban women in Spain navigate the racialized discourses with which women’s bodies – theirs and others – are inscribed in the (feminist) postcolonial imaginary. Drawing on ethnographic insights from Spain and Cuba, I explore how Afro-Cuban women assert their bodily autonomy, celebrate their cultural and racial heritage, and contest their objectification, at times in relation to (other) women. Recent decades have seen the uneven proliferation of feminist agendas in Spain, exposing internal contradictions and hierarchies among women, especially along racial lines. While liberal articulations of feminism praise women’s liberation, a conservative backlash advocates the return to traditional roles, demonizing women’s sexual expression. Far from being neutral or objective, such positions are also racially coded, casting specific groups of (im)migrant women as more or less compatible with popularly sanctioned Spanish feminism. Meanwhile, and contrary to the popular idiom, what happens in Havana does not stay in Havana: long after they depart, Afro-Cuban women must reckon with racialized stereotypes that eroticize their Blackness, casting them as available, desirable, and exploitable. Whereas Cuba’s situation in the “pleasure periphery” and the notoriety of its tourism industry marks diasporic Cuban women in insidious ways, the island’s cubanidad – certain qualities associated with being Cuban – also furnishes them with advantageous cultural capital, distinguishing them from other immigrant women. The position of Afro-Cuban women is thus a fiercely ambivalent one, with their Cubanness opening certain pathways while foreclosing others.
