Antropologia della tecnoscienza: immaginare il presente-futuro tra speranze e crisi
Panel 29 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”
Matera, 25-27 settembre 2025
Proponenti: Roberta Raffaetà (Università Ca’ Foscari di Venezia), Giorgio Brocco (Università di Vienna)
Abstract
Nel contesto globale attuale, la tecnoscienza – intesa come interdipendenza tra scienza e tecnologia – assume un ruolo sempre più rilevante a livello socio-politico ed economico. Essa occupa una posizione centrale nelle ambivalenti costellazioni affettive di speranza, desiderio e disperazione. Se da un lato è caricata di aspettative salvifiche – dalla cura delle malattie al contrasto della crisi ambientale – dall’altro genera timori legati a derive tecno-(dis)utopiche, controllo sociale, fallimenti tecnici e disuguaglianze. La tecnoscienza produce però anche orizzonti immaginativi che orientano il modo in cui individui e collettività abitano e affrontano l’incertezza, in contesti diversi. Questo panel propone una riflessione antropologica sul ruolo della tecnoscienza come spazio di proiezioni desideranti, politiche della speranza e sentimenti di impotenza o delusione. Invitiamo contributi etnografici, anche in chiave multispecie, che esplorino tali dinamiche in ambiti come: crisi ecologiche e sanitarie, riproduzione, gestione dei sistemi sanitari, produzione alimentare, sorveglianza, tecnologia in educazione e ricerca. L’analisi antropologica della tecnoscienza è rilevante anche per chi non è esperto ma sente di non avere altra scelta se non quella di fare i conti con queste dimensioni dell’esistere. Come può allora l’antropologia contribuire a pensare criticamente la speranza e costruire saperi pubblici in dialogo con le tecnologie che plasmano il presente?
Keywords: tecnoscienza, controllo, incertezza, multispecie, dis/utopie, ambivalenze
Lingue accettate: Italiano / English / Français / Español
Sessione I
Venerdì 26/9/25, ore 11.15-13.00, aula C002, piano terra
Matteo Valoncini (matteo.valoncini2@unibo.it) (Università di Bologna), Corpi e cliniche in mutamento: digitalizzazione delle cure e immaginari futuri
I processi di digitalizzazione della cura promossi dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sono spesso presentati come implementazioni tecniche neutrali di aspetti clinici e gestionali. Tra questi, i software gestionali – come le Cartelle Cliniche Elettroniche (CCE) – consentono all’istituzione di monitorare le attività sanitarie attraverso flussi informativi e garantiscono l’aderenza burocratica ai protocolli di presa in carico e prescrizione. Le CCE, inoltre, forniscono supporto clinico ai professionisti, entrando così nella relazione di cura e influenzando le decisioni terapeutiche. L’attuale pratica clinica così svolta solleva dunque interrogativi epistemologici e politici sulla natura dei dati prodotti e sulle possibilità di negoziare i significati di corpo, salute e malattia. Basato su un’etnografia di un anno condotta in tre ambulatori di medicina generale a Bologna, il paper analizza lo stato attuale della digitalizzazione delle cure primarie. L’interazione quotidiana tra professionisti, pazienti e dispositivi digitali dà forma a “identità algoritmiche” che, nel determinare nuovi modi di intendere corpo, salute e malattia, alimentano regimi di dataveillance e producono incertezze sul futuro del SSN stesso. In un contesto in cui l’Intelligenza Artificiale è proposta come soluzione all’infocrazia digitale, interrogare i processi in atto è fondamentale per riconoscere le pratiche di produzione di conoscenza e gli attori sociotecnici coinvolti, contribuendo così a una riflessione critica sulle speranze, le crisi e gli immaginari intorno alla cura.
Angela Giattino (angelagiattino@gmail.com) (University of Cambridge), On the shoulders of giants? Epistemic Encounters with Science and Technology in Amazonia
This paper investigates how urban Amazonian youth engage with Western science and technology within “intercultural” higher education in Peru. Based on long-term ethnographic fieldwork in the city of Pucallpa, it examines Indigenous students’ epistemological imaginaries as they assess Western academic science vis-à-vis ancestral sabiduría. Science appears both potent and desirable yet foreign, generated in “el extranjero” (the world abroad), an imagined realm of affluence and innovation which coexists with a sense of frustration regarding the marginal position Indigenous peoples have historically occupied in the global production of knowledge. Drawing on young Amerindian students’ reflections, the paper analyses how scientific and ancestral knowledge systems are contrasted in terms of their acquisition, use, and efficacy, yet not necessarily regarded as ontologically distinct. Instead, many young and educated Amazonians articulate a teleological view in which both forms of knowledge are seen as ultimately converging. By tracing these imaginaries and affective responses, the paper reveals how young Amerindians navigate the promise and burden of technoscientific modernity while critically positioning themselves within it. In doing so, my article contributes to anthropological debates on vernacular epistemologies, education, and the global politics of knowledge and ethnicity.
Luciano Ferrari (l.ferrari@uva.nl) (University of Amsterdam), Surveilling Care: Technoscientific Ambivalences in the Veterinary Governance of Italian Livestock Farming
In a historical moment marked by increasing pressures on health, environmental sustainability, and food safety, digital technologies are reshaping veterinary work and forms of animal care. This presentation offers an anthropological reflection on the ambivalences of technoscience in the Italian livestock sector, based on ongoing ethnographic research into the digital system ClassyFarm, a state-owned tool for health surveillance and risk assessment on farms. By examining the everyday practices of veterinarians, farmers, and animals across different types of Italian livestock systems – from intensive industrial operations to small-scale, localized models – the paper explores how ClassyFarm mediates relationships of trust, care, and accountability in and outside of farms. On the one hand, the system promotes an imaginary of transparency, traceability, and “good practice”; on the other, it generates frictions, anxieties, and resistance – especially when animal care is translated into digital compliance and standardized procedures. Technoscience thus emerges as a site of tension between hope (for modernization and professional recognition) and despair (over the loss of autonomy, invisibilization of labor, and crises of meaning). Engaging with recent work in the political ecology of care and the materiality of algorithms, this contribution proposes to understand ClassyFarm not merely as a technical tool but as a governance infrastructure that actively shapes value production and multispecies forms of life. Ethnography, in this context, becomes a means to critically interrogate the promises of technoscience and give voice to those—human and nonhuman – who live within the margins and mechanisms of the agricultural present-future.
Stefano Canali (stefano.canali@polimi.it) (Politecnico di Milano), Chris Hesselbein (chris.hesselbein@polimi.it) (Politecnico di Milano), Datafication, Medicalisation, and the Limits of Health Data Futures
This paper examines the complex relationship between converting various human physiological processes into data for analysis and decision making – datafication – and the redefinition of aspects of life as health issues requiring medical intervention – medicalisation. Drawing on science and technology studies and the philosophy of science and medicine, we examine the recent intensification of the relationship between datafication and medicalisation, and its impact on conceptualisations of health. Focusing on the increasing datafication of women’s health through period-tracking and other ‘FemTech’ technologies, we discuss the hopes and fears as well as the paradoxes and tensions that arise at the intersection of datafication and medicalisation in the future of medicine. On the one hand, menstruation data facilitates medicalisation and generates forms of knowledge and control that can support women’s representation or empowerment, and thus address gender issues in current medicine. On the other, there are doubts whether bodily processes such as menstruation should be datafied and considered as biomedical issues; datafication can hamper the development of self-knowledge by negating embodied experience, reinforcing bodily alienation and ceding control to biomedical actors. Our paper thus pushes for a deeper understanding of the limits of datafication, and suggests paths towards reconceptualisation and resistance, as guides beyond the current limits of our technoscientific imagination.
Martina Consoloni (martina.consoloni2@unibo.it) (Università di Bologna), Veronica Moretti (veronica.moretti4@unibo.it) (Università di Bologna), Tollerare l’incertezza: la riconfigurazione del ‘rischio’ nell’esperienza dei caregiver che utilizzano tecnologie digitali nella cura della demenza
Il contributo esplora le esperienze di caregiver informali che utilizzano tecnologie digitali – GPS, sensori, telecamere, dosatori di farmaci – nella cura a domicilio di persone con demenza. Basato su dati raccolti attraverso interviste in profondità condotte tra il 2024 e il 2025 nell’ambito del progetto ANTICIPATE (PRIN PNRR – UNITS/UNIBO), analizza le tensioni che emergono nell’uso quotidiano di questi dispositivi: tra il bisogno di maggiore sicurezza e il confronto con le vulnerabilità delle tecnologie; tra il desiderio di maggiore autonomia (per sé e per la persona assistita) e il lavoro di riparazione richiesto dalle tecnologie; tra le strategie per mascherare i dispositivi e il controllo che attraverso di essi viene esercitato. La promessa di una tecnoscienza salvifica si scontra con strumenti spesso inaffidabili, ma che alimentano la speranza di essere “più preparati” in caso di necessità. In questo scenario, attraverso l’interazione tra umani e non-umani, il concetto di rischio viene riconfigurato. Il contributo mostra come forme di intelligenza ibrida rendano più tollerabili le incertezze legate alla cura.
Sessione II
Venerdì 26/9/25, ore 15.15-17.00, C002, piano terra
Sara De Toni (sara.detoni@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), Dal disastro dell’Icmesa di Meda-Seveso del 1976 alla Pedemontana: la tecnoscienza come campo di conflitto e l’immaginazione collettiva
Il 10 luglio 1976, dalla fabbrica Icmesa di Meda-Seveso, di proprietà della multinazionale svizzera Givaudan-Hoffmann-La Roche, fuoriuscì una nube contenente diossina (TCDD), un sottoprodotto tossico della lavorazione chimica per la produzione di cosmetici, disinfettanti e diserbanti. La nube bianca, sprigionatasi dal reparto B, riscrisse radicalmente la storia di quel territorio. Il disastro dell’Icmesa – definito di volta in volta catastrofe, incidente o crimine di pace, a seconda delle cosmologie e dei linguaggi interpretativi – ha aperto in Italia un conflitto profondo e duraturo tra scienza, tecnologia e potere. La contaminazione da diossina non rappresentò soltanto un’emergenza sanitaria e ambientale, ma anche una crisi epistemica. Attorno alla definizione stessa di “salute” e di “ambiente” e alle modalità di gestione della crisi si articolò una netta contrapposizione: da un lato le autorità ufficiali, le loro expertise istituzionali, la gestione tecnocratica e l’opacità comunicativa; dall’altro i comitati locali, in particolare il Comitato Tecnico Scientifico Popolare (CTSP), che rivendicavano un sapere tecnico-scientifico costruito dal basso, radicato nell’esperienza diretta delle comunità esposte. Anche il processo di bonifica del territorio divenne un terreno di scontro, evidenziando come la tecnoscienza sia profondamente intrecciata a logiche di potere e non possa essere considerata neutrale. L’emergere di forme di contro-expertise ha mostrato la capacità delle popolazioni di produrre saperi situati e partecipati, alternativi a quelli istituzionali e dominanti. Oggi, la prevista costruzione dell’autostrada Pedemontana lombarda su quei territori già contaminati riattiva tensioni e conflitti mai del tutto sopiti, rilanciando il dibattito su sviluppo infrastrutturale, memorie del disastro e giustizia socio-ambientale. Attraverso una ricerca etnografica ancora in corso, il presente contributo propone una lettura diacronica della genealogia dei conflitti epistemici emersi a partire dal disastro di Seveso, con l’obiettivo di analizzare le modalità attraverso cui la tecnoscienza viene abitata, contestata e riformulata dalle soggettività coinvolte nel territorio interessato. Il caso dell’Icmesa si configura non solo come un evento traumatico, ma anche come un nodo cruciale in cui si intrecciano speranze, desideri e timori relativi allo sviluppo locale, in una trama complessa di memorie conflittuali, pratiche di oblio e rappresentazioni immaginative del futuro collettivo.
Caterina Angela Agus (cate.agus88@gmail.com) (Università di Torino), Oltre l’apocalisse: il gioco di ruolo come etnografia speculativa della tecnoscienza
Nel contesto contemporaneo, i giochi di ruolo costituiscono ambienti narrativi nei quali le comunità immaginano, discutono e performano futuri (im)possibili, spesso centrati su sviluppi tecnoscientifici distopici. Questi universi finzionali non sono semplici evasione, ma veri e propri laboratori culturali dove si mettono in scena tensioni profonde: dalla promessa salvifica della tecnologia alla sua capacità di generare sorveglianza, esclusione o collasso ecologico. In questo contributo propongo una riflessione antropologica sull’uso dei giochi di ruolo come spazio di elaborazione affettiva e politica dell’ambivalenza nei confronti della tecnoscienza. Attraverso l’indagine etnografica condotta presso alcune comunità di giocatori che mettono in scena campagne post-apocalittiche metto in luce come costruiscano narrazioni affettive e morali attorno alla crisi ecologica, al fallimento delle infrastrutture, al controllo tecnologico o alla mutazione dell’umano, riscrivendo il nostro rapporto con il presente e con il futuro. Lungi dall’essere solo evasione, il gioco si configura come una forma di pensiero situato, capace di elaborare collettivamente il senso di impotenza, ma anche di coltivare micro-politiche della speranza. Quali futuri diventano narrabili attraverso queste finzioni condivise? E che ruolo può avere l’antropologia nel riconoscere il valore epistemico di queste narrazioni partecipate nel costruire una critica pubblica della tecnoscienza?
Ilaria Eloisa Lesmo (ilariaeloisa.lesmo@unito.it) (Università di Torino), Vaccine Pharmacovigilance between Uncertainty and Epistemic Injustice: Rethinking the Present towards New Practices of Hope
Vaccines are today conceived as fundamental tools for the protection of public health, promising the control and eventual eradication of various diseases. Trust and hope in mass immunization practices largely rely on pharmacovigilance, which establishes a specific risk-benefit relationship and aims to manage the uncertainty associated with vaccine administration. However, such uncertainty continues to circulate through other paths, where vaccines are entangled with doubt, disappointment, and contestation – often stemming from critical perspectives on how adverse events are detected and evaluated. In this contribution, which is based on ethnographic research carried out in Piedmont (Italy) between 2017 and 2021, I explore perspectives and experiences related to vaccines pharmacovigilance. This practice emerges as intertwined to a specific ecology of evidence and, at times, to forms of epistemic injustice. These dynamics are structurally related to a universalizing and statistical ontology on which the system for reporting, collecting and interpreting adverse events is grounded. The ethnography rather reveals complex fields of causation, where plural understandings of the human and multiple ontologies arise. I highlight how anthropology can bring these dimensions to light, unsettling the dominant epistemic order and fostering new practices of hope, alternative futures, and forms of epistemic justice.”
Marta Scaglioni (marta.scaglioni@unive.it) (Università Cà Foscari di Venezia), Race as Technology of Extraction: Microbiome Research and North-South Scientific Collaborations
This contribution examines how human microbiome research operates along global North-South dynamics, where race functions as a “technology of extraction” that converts non-Western bodies into scientific objects. Relying on fresh ethnographic data collected in Tunisia from May to June 2023, I analyze how seemingly neutral categories (“rural population,” “traditional,” “non-Western”) conceal racial subtexts that reproduce colonial hierarchies. Microbiome technoscience generates salvific expectations – promising cures for Western chronic diseases through “ancestral” microbes from the Global South – while simultaneously producing disillusionment when collaborations reveal structural asymmetries. On their side, Tunisian scientists, while actively contributing to constructing an essentialized “Tunisian microbiome” to attract funding, experience frustrations related to epistemological and structural subordination. This presentation argues that aspirations behind technoscience in the African continent are connected to the structures of science across a Global North/Global South axis, unveiling how these aspirations are linked to extractive practices and racialization processes. This case study illustrates technoscience’s affective ambivalences: hope for therapeutic innovation on one hand, perpetuation of epistemic injustices on the other.
Susanna Latini (susanna.latini98@gmail.com) (Università di Cagliari), Megascienza globale, crisi locale: spazi, identità e futuro nel progetto Einstein Telescope a Lula
Le infrastrutture scientifiche della megascience post-Guerra Fredda (Beneke, 2019) non si compongono di sole costruzioni ingegneristiche. Esse coinvolgono processi politici su differenti scale territoriali e attivano profonde trasformazioni materiali e semiotiche nei territori che le ospitano (Detwiler 2023). L’Einstein Telescope previsto a Lula (Sardegna) si presenta come simbolo di sviluppo scientifico e territoriale, promotore di opportunità economiche e di prestigio internazionale. Tuttavia, a livello locale, il futuro prospettato si scontra con la crisi attuale. Lo spopolamento, il sogno industriale mai decollato e l’identità pastorale percepita come minacciata configurano un rapporto conflittuale nei confronti della realizzazione dell’interferometro e della sua capacità di modificare l’“abitare” il territorio. Attraverso un lavoro etnografico in corso e il confronto con altri progetti di megascience, l’intervento mira a esplorare come tale infrastruttura produca immaginari divergenti: da un lato l’osservazione “neutra” e dislocata della tecnoscienza (Velho et al. 2024); dall’altro il vissuto di lutto, sospetto e attaccamento al luogo, alimentato da un senso diffuso di perdita e spaesamento (De Martino 2019) di fronte ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Lo scontro tra spazio e luogo, tra cosmopolitismo scientifico e paure territoriali, rivela le frizioni emergenti tra le promesse tecnoscientifiche e i desideri locali in rapporto ai futuri globali.
Sessione III
Venerdì 26/9/25, ore 17.30-19.15, C002, piano terra
Luca Piccolboni (luca.piccolboni@edu.unito.it) (Università di Torino), Tessuti vivi e microrganismi morti. L’analisi del dispositivo del postbiotic
La ricerca biomedica si occupa ormai da diversi anni dello studio del microbiota e delle interazioni che avvengo tra cellule self e non-self. Un importante sottoinsieme di questo campo di studi si dedica alla creazione di dispositivi biomedici sviluppati a partire da queste ricerche: probiotici e postbiotici. Laddove la disbiosi è teorizzata come uno squilibrio tra l’organismo ospite e i microrganismi che lo abitano, la teoria dei probiotici sostiene che somministrare batteri vivi può produrre effetti benefici poiché questi ripopolano i tessuti e favoriscono il riequilibrio della “flora”. A questa teoria, che mette al centro la semiotica della relazione umano/non-umano, si contrappone la teoria dei postbiotici, secondo cui la vitalità dei microrganismi non è una caratteristica necessaria per produrre una risposta positiva nell’organismo ospite. Infatti, il postbiotico, composto da un insieme di batteri morti e molecole prodotte prima della sua inattivazione, è in grado di produrre altrettanti effetti positivi sull’organismo che viene trattato. Come avviene una comunicazione tra tessuto vivo e microrganismi morti? A partire dall’esperienza accumulata nell’ultimo anno di ricerca presso un laboratorio di biologia che si occupa dello studio del microbiota e dell’efficacia del trattamento postbiotico, l’intervento si propone di discutere le implicazioni che l’analisi del dispositivo del postbiotico ha sulla letteratura che indaga le relazioni interspecie.
Gabriele Orlandi (gabriele.orlandi@unive.it) (Università Cà Foscari di Venezia), Whose (techno)science? Resisting financialisation of plant reproductive materials in the Trentino Alps
This paper explores values, fears, and visions of hope instantiated by technoscience among activists opposing the spread of new genomic techniques (NGTs) in crop production. Since some years now, changes in the regulatory law framework for plants obtained by NGTs are under discussion within EU institutions: while some scientists, research institutes, and trade unions consider genome editing as a viable way for reducing pesticides and increase climate change adaptation, others highlight their uncertain consequences in terms of healthiness, given the complexity of genetic-epigenetic interplays. Greater anxieties concern the patents that NGTs would introduce, making small farmers – like those living in the mountains – increasingly dependent on global economic elites. This narrative depicts technoscience as a space shaped by financial drivers, where vegetal ecologies are transformed into economic value. Conversely, seeds and others plant reproductive materials are presented as “frontiers of political imagination” (Muehlebach 2023), a volatile space of appropriation, extractivism, protest and future-making, where claims about justice, democracy, and “fair” science are continuously reformulated. Moving from an ongoing research with neo-peasant activists and technocritic collectives in the Trentino Alps, this paper discusses social perceptions of (techno)science by NGTs opponents and reflects on anthropology’s capacity of encouraging alternative visions of scientific praxis.
Marco Sassaro (m.sassaro@campus.unimib.it) (Università di Milano – Bicocca), Seeing “digital” in (non?) continuity with offline life: Theoretical perspectives for locating computer-based structures in ethnographic practice
This contribution explores the “oddity” of “being added” to digital spaces in ethnographic fieldwork, based on personal experiences with LGBT+ student organizations in Milan, Italy. Collaborating with these groups meant engaging with WhatsApp chats, where moving from “out” to “in” is instantaneous and clearly defined by software. This stands in contrast to the otherwise nuanced and fluid relationships between researcher and participants. In a WhatsApp group, membership is binary, participants are neatly listed, and access to shared communication is identical for all, regardless of relational closeness. Are social groups more controlled and rigid due to digital media? Or, conversely, are digital spaces utterly not representative of human dynamics? Borrowing concepts of non-graduality and non-continuity from STS (Bateson 1979; Dewdney, Ride 2014; Fischer 2011; Manovich 2002), this intervention makes a case for the “numerality” of bit-based structures as the reason for these differences between digital and analog fieldwork. Digital media seems to inherently define clear boundaries and unambiguously grant or deny access. This, however, does not necessarily define sociality of the digital age. Understanding how to interpret the gap between digital spaces and analog spaces requires understanding the positionality of digital media in our field. In order to do so, this paper suggests extending the conception of “digital” to other structures, traditionally understood by ethnographers, whose non-graduality and non-continuity are more or less consequential in shaping public life, from the banal door to the esoteric initiation ritual (Allovio 2017; Van Gennep 1909).
Elena Sischarenco (elena.sischarenco@gmail.com) (Università di Bergamo), Convivere con l’imprevedibile: pratiche quotidiane e ambivalenze nell’utilizzo della tecnologia
Questo contributo propone un’analisi etnografica dell’uso quotidiano delle nuove tecnologie in contesti tecnico-scientifici, tra cui un’azienda lombarda impegnata nella transizione sostenibile e un ufficio universitario di ingegneria. In questo contesto, per esempio, ricercatori e ingegneri impiegano strumenti tecnici avanzati – come modelli predittivi, algoritmi e sistemi di machine learning – senza sempre conoscerne a fondo il funzionamento. “Sai quello che entra, non sai quello che esce”, commenta un ingegnere, sintetizzando l’esperienza diffusa di lavorare con tecnologie che operano secondo logiche opache e risultati spesso imprevedibili. Lungi dal generare atteggiamenti di frustrazione o cieca fiducia, questo tipo di interazione dà forma a un pragmatismo tecnico in cui lo scetticismo è sempre presente, ma subordinato alla possibilità di “fare funzionare le cose”. Il fallimento non viene vissuto come una battuta d’arresto, bensì come un momento produttivo di prova ed errore, utile a escludere ciò che non funziona e ad avvicinarsi progressivamente a un risultato utile. L’intelligenza artificiale, ad esempio, è trattata come uno strumento da addestrare e testare, una “cosa che lavora per noi”, pur nella consapevolezza che le sue risposte non sono del tutto controllabili. Il paper riflette su queste forme di convivenza con l’imprevedibilità tecnologica, mettendo in luce una postura affettiva e cognitiva diversa da quella spesso osservata nei contesti umanistici: qui l’attenzione non si concentra tanto sui rischi etici o sulla dipendenza dalle macchine, quanto sull’efficacia situata e sull’uso possibile.
Lorenzo Urbano (lorenzo.urbano@uniroma1.it) (Sapienza Università di Roma), L’orizzonte è quando non ci saremo più. Tecnologia, responsabilità e cura nelle comunità di caregiver
La condizione di malattia cronica ha frequentemente un effetto trasformativo e totalizzante non soltanto sulla vita della persona malata, ma anche su quella di chi svolge il lavoro di cura ordinaria. I caregiver primari sono spesso costretti a riorganizzare le proprie abitudini attorno alle necessità della persona malata, in particolare in un momento storico di tendente contrazione di servizi sanitari e forme di supporto socio-assistenziale. Per questo motivo, un elemento di confronto abituale nelle comunità di caregiver è quello del «dopo»: cosa succede quando non c’è più nessuno che si possa prendere cura del proprio caro malato? Questo contributo, partendo da una ricerca empirica condotta presso un’organizzazione di pazienti e caregiver in Italia, vuole esplorare questo orizzonte, con una particolare attenzione alla riappropriazione e allo sviluppo «dal basso» di strumenti tecnologici che possano facilitare la gestione ordinaria della malattia cronica. L’utilizzo e la creazione di dispositivi tecnologici può aprire nuovi spazi di cura nel presente, ma offre anche la possibilità di ripensare l’orizzonte del «dopo», di immaginare un futuro in cui la persona malata non dipenda interamente dal caregiver primario. E, in questo modo, consente di risignificare la cura ordinaria non solo in relazione alle necessità immediate, ma anche in vista delle speranze future.
