Panel 16 / SIAC 2025

Vite (di)sperate. L’esperienza del fallimento nella società globale tra aspirazioni, speranze, nuove consapevolezze

Panel 16 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”

Matera, 25-27 settembre 2025

Proponenti: Angela Biscaldi (Università di Milano La Statale), Paola Schierano (Università di Milano La Statale)

Abstract

In una società globale sempre più fondata sulla competizione e sul profitto, il fallimento tende spesso a essere interpretato come una colpa individuale anziché come un fenomeno sociale. La ricerca etnografica restituisce invece un quadro più complesso in cui il fallimento si configura come un’esperienza di difficile definizione, nella quale le traiettorie biografiche dei singoli si intrecciano con dinamiche sociali, culturali ed economiche più ampie. In questo panel intendiamo portare l’attenzione sulle molteplici forme di espressione del fallimento nella contemporaneità, per provare a utilizzarle come strumenti euristici per un’analisi critica del desiderio, della speranza e della disperazione nella società contemporanea. Richiediamo contributi in grado di:
– Approfondire il ruolo delle aspettative sociali e culturali nel plasmare l’immaginario del successo e del fallimento;
– Esplorare i significati che le rappresentazioni culturali di riuscita e di fallimento rivestono nelle esperienze di mobilità, di ritorno “a casa” e di ripartenza; nell’ambito familiare e affettivo; nell’ambito scolastico e accademico; imprenditoriale, sportivo, artistico o nell’ambito della salute;
– Indagare le risorse mobilitate e le strategie di riprogettazione attuate dai diversi soggetti a seguito di progetti di vita variamente “falliti”;
– Approfondire la relazione tra immaginari, narrative sociali e social e costruzione della soggettività nelle esperienze di fallimento dei giovani.

Keywords: fallimento, ambizione, globalizzazione, speranza, agency

Lingue accettate: Italiano

 

Sessione Unica

Venerdì 26/9/25, ore 15.15-17.00, aula A116, primo piano

Anna Chinazzi (anna.chinazzi@unimib.it) (Università di Milano – Bicocca), Istruzione parentale tra scelta, desiderio e fallimento del sistema scolastico

A partire dall’esperienza etnografica con le famiglie in istruzione parentale in Italia, questo contributo esplora come il fallimento della scuola pubblica – vissuto, percepito o anticipato – possa diventare terreno generativo per immaginare “alternative” educative. In quanto spazio liminale (Biscaldi et al. 2024), l’istruzione parentale appare tanto fuga quanto progettualità, tanto gesto di rottura quanto risposta adattiva. Non un mero atto di “fuga”, ma laboratorio di possibilità pedagogiche e sperimentazione di inedite forme di trasmissione culturale (Chinazzi 2020). L’etnografia di questo fenomeno restituisce un campo attraversato da ambivalenze e antinomie. Il desiderio di un’educazione più “naturale” può convivere con la preoccupazione di dover validare, secondo parametri esterni, la propria scelta educativa. Il rischio di emarginazione sociale dei figli da un lato conduce a un riavvicinamento ad alcune pratiche tradizionali (Biscaldi et al. 2025); dall’altro, alimenta la speranza che questi bambini educati “altrimenti” possano farsi portatori di un futuro diverso. Ogni discorso sull’istruzione parentale è inevitabilmente un discorso sulla scuola – su ciò che essa incarna, sull’immaginario collettivo e sulle narrazioni poliformi e mai neutrali che la attraversano. Più l’istruzione parentale rivendica la propria autonomia dal sistema educativo formale, più ne svela l’ineludibile presenza simbolica, la sua centralità come riferimento e (contro)modello. Dunque queste esperienze diventano una lente critica per indagare il legame tra aspettative familiari e risposte istituzionali, laddove le categorie della speranza e del desiderio occupano un posto centrale.

Amalia Campagna (amalia.campagna@unimi.it) (Università di Milano La Statale), L’attenzione che manca: sfide contemporanee alla responsabilità di cura in un servizio di salute mentale

L’antropologa Yana Stainova (2023, 75), in relazione all’impresa etnografica, definisce come attentiveness quegli “acts of striving – and at times faling – to experience with, listen, care for, and be with others”. Gli attenti sforzi di cui parla Yanitova, costantemente incompleti, di comprendere chi ci sta davanti, oltre a descrivere bene il lavoro antropologico, possono essere utilizzati per interrogare anche il lavoro in salute mentale: capire come sta la persona che abbiamo davanti, sintonizzarci con lei e discernere il grado della sua angoscia sono strumenti relazionali tramite che chi lavora in contesti psichiatrici mette quotidianamente in campo per provare a costruire una relazione (terapeutica) significativa. A partire da queste premesse, il presente contributo propone di discutere la difficoltà, percepita oggi dal gruppo di operatori di un Centro di Salute Mentale dal nord Italia, di mettere in gioco simili gesti “attentivi”. I Centri di Salute Mentale, teoricamente primo rifermento per i cittadini con esperienze di sofferenza psichiatrica, oggi sono coinvolti in una riorganizzazione dei servizi per la salute mentale influenzata da un ventennio di politiche orientate alla privatizzazione e alla riduzione degli investimenti. Trovandosi a rispondere a richieste di quantità e qualità mai viste prima, gli operatori del CSM vivono una condivisa sensazione di disillusione, e talvolta fallimento, relativamente al proprio mandato terapeutico. Che cosa ci dice questa sensazione del lavoro di cura nella contemporaneità? E della responsabilità di cura? Il presente contributo proverà a rispondere a queste domande, partendo da una ricerca etnografica ancora in corso.

Gabriele Maria Masi (gabriele.masi90@gmail.com) (Università di Milano – Bicocca), Dialogare con il fallimento: riflessioni da un progetto di antropologia applicata nelle scuole secondarie lombarde

Come si costruisce, nell’età scolastica, l’immaginazione del fallimento? In che modo le prime esperienze di fallimento scolastico, familiare o territoriale si intrecciano con narrazioni e timori collettivi più ampi – ambientali, economici, politici, interculturali? E come queste esperienze contribuiscono a definire la soggettività giovanile e i relativi orizzonti d’azione? Questo contributo propone un’analisi teorica ed etnografica del fallimento come dimensione vissuta e immaginata, a partire da un progetto di antropologia applicata svolto nel 2024-2025 in cinque scuole superiori lombarde. Il progetto Ricercafallimento ha coinvolto oltre 300 studenti, attivamente impegnati in riflessioni guidate, questionari e interviste a coetanei e adulti con storie significative. Dalle testimonianze raccolte emerge un’immagine plurale del fallimento: esperienza emotivamente complessa ma anche spazio di possibilità. L’immaginazione del fallimento – intesa, con Appadurai (1996), come palcoscenico per l’azione futura – si costruisce nel quotidiano confronto con pressioni scolastiche, aspettative familiari e vissuti sentimentali o sportivi dei pari. Il progetto mostra come un approccio antropologico offra strumenti critici per ripensare il fallimento non solo come evento, ma come processo continuo da diagnosticare, resistere e riscrivere (Alexander 2023). Il fallimento diventa così occasione formativa per interrogare soggettività, potere e immaginazione sociale.

Matteo Canevari (matteo.canevari@unipv.it) (Università di Pavia), Re-agire alla paura della fine

«Le apocalissi culturali, nella loro connotazione più generale, sono manifestazioni di vita culturale che coinvolgono, nell’ambito di una determinata cultura e di un particolare condizionamento storico, il tema della fine del mondo attuale, quale che sia il modo col quale tale fine viene concretamente vissuta e rappresentata». Così scriveva Ernesto De Martino nel 1964. Vi sono generazioni per le quali il sentimento della fine è più palpabile che per altre e informa il sentire e la visione del mondo, ispirando azioni o inibendo speranze. Oggi la fine del mondo è incarnata dal cambiamento climatico e prende il nome controverso di ecoansia (Innocenti 2022). Un’intera generazione di giovani vive sotto la cappa dell’assenza di prospettiva di un fututo auspicable e si confronta coi sentimenti di frustrazione, angoscia, urgenza, impotenza corrispondenti. De Martino parlava della necessità di trovare un qualche «esorcismo solenne» collettivo che aiutasse a dare forma al vissuto della fine dei tempi per non cadere nella deriva psichica individualistica. Le clamorose proteste di Ultima Generazione sono questo tipo di esorcismo. Attraverso le interviste agli attivisti e la presenza alle riunioni, un materiale etnografico affettivamente carico parla della trasformazione del sentimento dell’ineluttabile in esperienza politica di rinnovamento di sé e del mondo (Latour 2020).

 

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