Etnografie del disfacimento e del disincanto: o dei desideri di vita oltre la fine
Panel 13 / Quinto Convegno Nazionale SIAC “SPERARE / DISPERARE / DESIDERARE”
Matera, 25-27 settembre 2025
Proponenti: Massimiliano Fantò (Università di Milano – Bicocca), Francesco Danesi della Sala (Ricercatore indipendente)
Abstract
Le policrisi del presente sono attraversate da un movimento duplice e convergente, in cui la percezione di uno sfaldamento inesorabile del mondo è amplificata da un diffuso senso di disperazione e sfiducia verso i regimi di verità della modernità. Lungi dall’essere un semplice processo di disgregazione, il disfacimento costituisce una soglia di possibilità ambivalenti, in cui la de-composizione è il presupposto desiderativo di possibili ri-generazioni del vivente, del paesaggio e dell’abitare. Nelle odierne forme di crisi accelerate, l’attenzione al disfarsi dei mondi apre in tal senso spazi di osservazione inediti sulla relazionalità anarchica e indisciplinata di ecosistemi, geografie, flussi e infrastrutture. Al tempo stesso, assistiamo oggi a un’inedita forma di disincanto che, per certi versi, ribalta l’assunto della riflessione weberiana: a perdere di attendibilità è infatti la razionalità scientifica moderna, sfibrata da forme di instabilità e fragilità impreviste. Tale condizione, tuttavia, non si limita a incrinare saperi immaginari tecnoscientifici. Nell’opacità dell’incertezza e nelle crepe del fallibile, al contrario, germogliano forme inedite di speranza, convivenza e immaginazione, con cui si sperimentano possibilità e desideri parziali, ma reali, di stare al mondo diversamente. Il panel accoglie contributi etnografici e transdisciplinari che riflettano in modo critico sulle possibilità generative ed immaginative del disfacimento e del disincanto.
Keywords: disfacimento, disincanto, immaginazione, possibilità generative, incertezza
Lingue accettate: Italiano / English
Sessione I
Venerdì 26/9/25, ore 9.00-10.45, aula C102, primo piano
Marco Rossi (marcorossi@hotmail.com) (Ricercatore indipendente), Le zampe bugiarde del drago Tarantasio: Mitografie del disfacimento e del disincanto tra estrattivismo energetico e immaginazione radicale
La proposta esamina le trasformazioni semiotiche della figura del drago Tarantasio nel territorio del lodigiano. Da incarnazione delle esalazioni mefitiche di terreni paludosi e nemico fabbricato per l’esaltazione epica di santi cattolici ed eroi secolari, il drago è diventato negli ultimi anni immagine zoologizzata dell’estrattivismo energetico praticato dalle multinazionali. Questa transizione è avvenuta crucialmente attraverso la scoperta locale di giacimenti di gas metano nel secondo dopoguerra, e la conseguente identificazione popolare tra il drago e il logo del “Cane a sei zampe” dell’ENI. La mitografia ha così assorbito le narrazioni trionfali del boom industriale, in una genealogia che intreccia simboli religiosi, propaganda modernizzatrice e pratiche estrattive, generando un immaginario fossile oggi incrinato. È il disfacimento di questi sogni di progresso e dispositivi narrativi, così come il disincanto verso le soluzioni tecnocratiche della policrisi ecologica, a rendere il drago un essere di soglia, capace di innescare pratiche di immaginazione radicale. Verrà esaminato come un progetto artistico e pedagogico condotto con i bambini di una scuola primaria di Lodi, attraverso processi di inversione e sovversione simbolica, abbia ricodificato Tarantasio come alleato non-umano di forme alternative di coesistenza.
Rebecca Daniotti (rebecca.daniotti@recoveryforlife.it) (Recovery for Life), Midori Ogihara (midori.ogihara@recoveryforlife.it) (Recovery for Life), Impedire che il mondo finisca. Sperare, deviare, immaginare nella riabilitazione psichiatrica
A partire da una sperimentazione di antropologia applicata nel contesto della riabilitazione psichiatrica di adolescenti e giovani adulti, si delinea una riflessione sulle risposte generative attivate dalle soggettività dinanzi al disfacimento del proprio mondo e ai limiti epistemologici della verità terapeutica. La reazione allo stato di crisi generato dalla rottura dell’ordine costituito chiama ad un ripensamento dello stare nel mondo e apre inattese possibilità di teorizzare prospettive sfaccettate, le cui ricadute si ripercuotono nel proprio spazio intimo ed immaginativo. Tali progetti alternativi di riorientamento e ricostruzione di senso evidenziano la tensione tra il dogma riabilitativo e i processi individuali di adattamento creativo all’incertezza tramite l’utilizzo indisciplinato del corpo. La fallacia della narrazione di un progresso lineare viene messa in luce nelle traiettorie di Noah, Emma e Cristian, che esplorano la possibilità di abitare la precarietà: nella dissoluzione dell’esistenza normata si genera un terreno di possibilità (Tsing 2015) e i tentativi di riscrittura del sé si generano nelle crepe della razionalità psichiatrica, strutturandosi come forme di autodeterminazione simbolica in spazi frammentati e marginali.
Maria Ludovica Perina (ludovicaperina@gmail.com) (Ricercatrice indipendente), Il cielo sopra la FIAT. Etnografia di un culto mariano in un conteso periurbano e post-industriale
L’intervento si propone di presentare alcuni risultati di una ricerca etnografica condotta presso una comunità religiosa a Torino. Qui, i fedeli si ritrovano in preghiera nel luogo in cui la Madonna sarebbe apparsa ad un operaio occupato presso il vicino stabilimento FIAT, nel 1994. Il santuario, infatti, si trova in una zona “infestata” dalla memoria del lavoro: l’indotto FIAT, ormai completamente smantellato e riconvertito, è il simbolo tangibile della fine di un mondo – quello fordista – che ha caratterizzato la vita economica, politica e culturale delle comunità peri-urbane a Sud di Torino, composte prevalentemente da migranti di origine meridionale. Di fronte al disfacimento di quel mondo, l’Immacolata Concezione emerge come metafora delle ansie sociali che affiorano da questo interregno, e il culto risulta caratterizzato da una complessa geografia mistica, fatta di visionarismo, miracoli e sincretismi. L’analisi delle origini storiche e culturali di questo simbolo religioso dimostra che spesso la Madonna appare in luoghi di contestazione politica e territoriale. Anche nel caso studio qui proposto, l’etnografia evidenzia come la comunità di fedeli sia impegnata in una lotta per il diritto di occupazione del luogo di culto, collocato in una zona contestata, liminale e ruderale. Qui nascono forme inedite di convivenza, a dimostrazione del fatto che il culto mariano non è una rimanenza folklorica destinata a scomparire all’incontro con la modernità, ma un fenomeno culturale vivace.
Sessione II
Venerdì 26/9/25, ore 11.15-13.00, aula C102, primo piano
Maria João Fernandes (mjbracons@gmail.com) (CRIA – Centro em Rede de Investigação em Antropologia), “It’s a weird, disturbing world we’re living in…”. Desire and Disenchantment in the Interstices of Institucional Time
Based on an ethnography of the Portuguese educational system (2017–2019), this paper examines how institutional and temporal disintegration reshape experiences of desire, disenchantment, and the imagination of futures – both collective and individual. Once central to modernity’s temporal and epistemic regimes, the school’s rhythms now falter; its promises grow thin in the face of contemporary polycrises. While the state pushes for utopian futures dependent on a narrow, economic and politically charged vision of the student-future-citizen, among students, teachers, and staff, I encountered disjunctions between aspiration and possibility, experienced through irony, withdrawal, rage, or longing. Yet within these fractured time-spaces, heterochronic and heterotopic imaginations emerged: fragile, partial configurations of life that neither restore nor fully reject the vertical orders of modern aspiration. Rather, they recompose ways of inhabiting the present. This paper argues that the disintegration of institutional linear temporalities and meanings does not merely signal collapse, but opens conditions for reconfiguration. Amid these ruins, new subjectivities emerge – unstable, improvisational, and relational – entangled with the remnants of modern institutions and rationalities. Not beyond the end, but within it.Through the unfinished disintegration of modern promises, imagination strains toward other forms of living, pressing against the interstices of power and impossibility.
Massimiliano Fantò (m.fanto1@campus.unimib.it) (Università di Milano – Bicocca), Segni del disincanto: appunti etnografici sul granchio blu nelle Isole Kerkennah
Nel presente inceppato delle Isole Kerkennah, al largo della Tunisia, la comparsa del granchio blu (Portunus segnis) – specie invasiva giunta attraverso il Canale di Suez – è divenuta, per i pescatori locali, il sintomo concreto di un mondo che si disfa. Reti lacerate, dita spezzate, fondali irriconoscibili: non si tratta solo di danni materiali, ma di fratture cognitive e affettive, di uno sgretolarsi delle grammatiche attraverso cui si era appresa, tramandata e abitata la vita marina. Questo contributo propone una riflessione etnografica sul disincanto ecologico come condizione esistenziale, prima ancora che epistemica o politica: una sensazione opaca, stratificata, che resiste alla definizione, ma si riconosce nei gesti esitanti, nelle parole sospese. In un paesaggio segnato da crisi ambientali e promesse infrante della modernità tecnoscientifica, il granchio blu – soprannominato Daesh come il nome dispregiativo per lo Stato Islamico – si impone come figura ambigua, aliena e ormai familiare, temuta e sfruttata, intorno a cui si ridefiniscono economie, relazioni e immaginari. Nella trama spezzata di questo incontro multispecie, l’etnografia si fa ascolto del possibile: di forme di adattamento e coesistenza, di tentativi parziali di riorientarsi dentro l’irreversibile.
Francesco Danesi della Sala (francescodanesi.amr@gmail.com) (Ricercatore indipendente), Collasso e rigenerazione nella Sacca di Goro: uno sguardo etnografico all’ambivalenza del disfacimento socio-ecologico
In questa proposta esploro il disfacimento come lente per interrogare le trasformazioni ecologiche e politiche della Sacca di Goro, un’estensione lagunare del Delta del Po segnata da decenni di sfruttamento intensivo. L’accumulo di nutrienti, l’impatto dei cambiamenti climatici e l’arrivo di specie aliene hanno innescato cicli instabili di fioriture algali, morìe e collassi ecologici, mettendo in crisi le economie locali e le forme di coabitazione multispecie. Lungi dall’essere solo indice di rovina, il disfacimento appare qui come un processo dinamico e ambivalente, in cui materia e relazioni si ricombinano secondo ritmi discontinui e opachi. Attraverso un’etnografia attenta ai segnali più-che-umani della laguna, propongo di leggere l’ambivalenza di questo paesaggio, da un lato caratterizzato da evidenti processi di degrado ecologico, e dall’altro espressione di composizioni multispecie in divenire, in cui la crisi ecologica si intreccia a possibilità generative inattese.
