Maria Elena Giusti: un ricordo di Pietro Clemente


Maria Elena Giusti (familiarmente Mariola), era una demoetnoantropologa formatasi nell'Università di Pisa dentro una tradizione di studi filologico letterari, in forte dialogo con la demologia o storia delle tradizioni popolari, tanto che aveva studiato la Raccolta Barbi, straordinaria fonte demologica cui Alberto Cirese aveva dedicato una ricerca CNR. La sua stretta collaborazione con Gastone Venturelli, suo cugino e maestro di ricerca sul campo, la aveva portata a una ricerca demologica di campo, vicina alla tradizione degli studi italiani postbellici, legati a nomi di De Martino, Cirese e Carpitella. Gastone anche lui di formazione filologica ed italianistica si era formato alla ricerca sul campo a partire dalla Garfagnana, un territorio appenninico della Lucchesia al quale entrambi erano legati per ragioni di nascita e di storia familiare.  Gastone aveva elaborato una idea di ricerca demologica 'in casa', nel suo mondo 'etnico' di riferimento. Ma aveva poi fatto ricerche a tappeto su temi diversi. In particolare sulla ballata europea, con momenti anche di confronto con Roberto Leydi. Maria Elena si era formata lavorando sulla Garfagnana con Gastone per la documentazione, l'edizione, la salvaguardia del Maggio drammatico e dei molteplici copioni che aveva prodotto nel tempo. Una forma popolare di teatro cantato diffusa nell'area della Toscana di Nord Ovest, e poi, oltre il confine regionale, nell'Emilia appenninica. Corrispondente al Bruscello della tradizione senese. Con lui e Mariola ci siamo incontrati per vedere e ascoltare Maggi in Garfagnana, e nei convegni che negli anni '70 inoltrati diedero il segno della grande rivitalizzazione del teatro popolare toscano ed emiliano. Dialogando con vari studiosi, tra i quali Fabrizio Franceschini, italianista dell'Università di Pisa molto vicino agli studi DEA. Ma Gastone morì assai giovane. E lasciò a Maria Elena la pesante eredità del suo archivio di registrazioni e di una tradizione di studi in fieri. Sarebbe interessante riflettere sulla ricerca demologica di terreno, sulla sue specificità, e le sue intersezioni o conflitti con la ricerca sul campo più classica della tradizione anglosassone. Franz Boas faceva ricerca sul campo in modo assai più prossimo a quello di 'noi demologi' degli anni '70 e '80, che non al modello malinovskiano. Maria Elena dopo la laurea aveva insegnato nella scuola secondaria, collaborando con il Dipartimento di italianistica dell'Università di Firenze, in dialogo con Michele Feo, curatore di volumi assai rappresentativi di una collana dedicata al maggio ed altre forme della cultura popolare. Infine, dopo il mio trasferimento all'Università di Firenze nel 2001 era entrata come assegnista e poi ricercatore DEA, nel Dipartimento di Storia delle arti e dello spettacolo, in collaborazione con il mio insegnamento. Avevamo in comune una esperienza di studi demologici, e la necessità di far fronte a una domanda didattica che era diventata sempre di più antropologica. Progressivamente la storia delle tradizioni popolari è scomparsa dagli ordinamenti. Abbiamo fatto molte cose insieme, ma restando legati nella collaborazione soprattutto al mondo 'comune' del teatro popolare, mentre su altri campi di ricerca e sul piano didattico c'è stata una forte autonomia di ciascuno. Elena aveva una passione per la didattica, la affrontava con rigore e impegno. Lo ha fatto anche da malata, da molto malata, negli ultimi anni. Rispondendo alla fragilità del suo corpo con una forte volontà, senso del dovere, etica professionale. Ben prima di essere riconosciuta professore associato lo era stata di fatto. Aveva uno suo patrimonio culturale da spendere, lo faceva nella didattica e nella ricerca con forte spirito di indipendenza, anche con una certa fierezza dell'essere una studiosa, una donna, dal forte carattere autonomo. Ma abbiamo avuto anche nuove intersezioni, fu lei a coinvolgermi in un progetto internazionale di studi etno-botanici, Rubia, promosso dal suo amico di storie pisane e garfagnine Andrea Pieroni, botanico di larghe prospettive intellettuali europee in collaborazione con molti giovani e un ruolo importante di Caterina Di Pasquale, mia allieva romana, diventata una sua collaboratrice. Un progetto molto bello, con nuove ricerche sul campo e confronti internazionali difficili ma assolutamente interessanti.  Ci misurammo con le regole europee, dure e talora un po’ cieche verso la necessaria duttilità della ricerca. Con algerini, marocchini, olandesi, tedeschi, ciprioti, spagnoli, nel nostro aspro inglese e col modo diverso che ognuno aveva di concepire le ricerche e il modo di spendere i soldi europei. Una esperienza di gestione complessa. Elena aveva anche esperienze di gestione nel lavoro del Centro tradizioni popolari di Lucca, creato da Venturelli, e nella difficile eredità 'fisica' e scientifica di Gastone. Una raccolta straordinaria, di registrazioni, documenti e fotografie, sulla quale aveva avviato un lavoro di documentazione. Insieme affrontammo il progetto transfrontaliero INCONTRO nel 2010-11 che riaccese la passione per il temi della tradizioni e in specie per l'improvvisazione poetica cantata tra Toscana, Sardegna, Corsica, e poi anche Spagna, Nordafrica, America Latina. Collaborammo con Ignazio Macchiarella, con l'ISRE di Nuoro, con la Casa della Musica di Pigna. Immaginammo anche una ipotesi di riconoscimento Unesco per la poesia improvvisata.  Poi negli ultimi anni prima della malattia e della mia pensione avevamo affrontato il tema del lavoro artigiano contemporaneo, in un bel lavoro di équipe gestito in collaborazione.  Ma è importante dire che Elena è sempre stata indipendente, ha sempre affrontati gli impegni comuni, ma con un suo modo di fare. Difficile dire che ci fosse una amicizia tra noi, c'era rispetto, contiguità, consuetudine, stima. Ma poca comunicazione oltre quelle istituzionali, spesso diversi punti di vista sui nodi della vita universitaria. Elena aveva una formazione, una cultura, uno stile di vita, legata ai suoi e alle sue amicizie  pisane, cui quasi per nulla ho partecipato anche per la sua riservatezza. L'unico spiraglio forse la passione e amicizia che aveva verso Walter Siti, scrittore e studioso. Lei come Gastone avevano anche un mondo di riferimenti e letture connessi alla ricerca letteraria, una dimensione etica che mi pareva legata a un cattolicesimo assai radicale, con prese di posizione talora estreme e un senso negativo forte del potere. Con questa complessità e ricchezza personale di Elena sono stato in grado di dialogare poco. Dopo il 2012 e la mia pensione i rapporti con lei si sono allentati. La malattia ha accentuato per me la difficoltà di dialogo. Nella sua schiettezza mi diceva che il malato che parla della sua malattia è noioso sia per sé che per gli altri. Ma in questi anni ha tessuto amicizie e dialoghi scientifici con Fabio Dei, Antonio Fanelli ed altri, continuando relazioni e studi nel mondo DEA. Sul piano culturale per me Elena rappresenta lo sforzo della tradizione demologica italiana di aggiornarsi e di farsi antropologia, un impegno che ho vissuto anche io e che è diventato oggi anche una domanda, che sento urgente, di recuperare competenze e saperi territoriali dei demologi che nel mondo del patrimonio culturale sarebbero preziosi, e che non riusciamo più a trasmettere. Le cose che ha scritto sui Maggi, sulla raccolta Barbi, sull'etnobotanica, le note filologiche ai copioni del teatro popolare, appariranno a molti dottorandi e addottorati di oggi come pianeti sconosciuti. Eppure sono il ponte che ci connette a esperienze e saperi che si rischia di perdere, dai quali partì la ricerca della generazione di Cirese e di de Martino. Sul piano umano per me Elena è stata almeno in parte un mistero, un segno della mia difficoltà a uscire forse dagli schemi, una intersezione difficile ma capace di sollecitare l'esercizio di una amicizia rispettosa, di una distanza con una tensione alla prossimità. Qualche incomprensione forse non espressa, qualche disagio non interpretato. Un affetto non detto, ma forse intuito, nitido ora nell'assenza.

Ne do un piccolo sommario bibliografico, dell'estesa scheda che si trova sul sito UNFI a suo nome. Dal 1979 Elena ha curato edizioni di copioni di Maggi drammatici secondo la tradizione di singole compagnie di maggianti. Dagli anni '80 ha partecipato alle ricerche del Centro Tradizioni Popolari della Provincia di Lucca e collaborato a un volume di ricerca sulla Intrecciatura tradizionale in area lucchese. Degli anni successivi i suoi scritti sulla Raccolta Barbi, e sulle ballate popolari, e quindi nel 2000 sulla Raccolta Venturelli e sul maggio:  Varietà e complessità di una forma drammatica popolare . Dal 2000 anche gli scritti di etnobotanica in collaborazione con Andrea Pieroni. Ad es. Erbe e percezione del gusto in una comunità Arberesch del Vulture, in La ricerca folklorica del 2002 n.45, sul progetto Rubia un testo sul Lares 2004, nel 2012 delle collaborazioni con Roberto Leydi sui burattini per Il de Martino, poi un ritorno al maggio (M.E. Giusti (2010). Il maggio drammatico. TOSCANA FOLK, Anno XIV, n. 15, pp. 15-22; M.E. Giusti; F. Franceschini; I. Garosi (2010). Il Maggio nella montagna toscana ed emiliana). Fino all'ultimo volume, scritto oramai dopo anni di sofferenze per la malattia: Maria Elena, Giusti (2017). Teatro popolare: arte, tradizione, patrimonio. Pisa: Pacini.