In ricordo di David Graeber


Si è spento a Venezia, il 2 settembre, l’americano David Graeber, uno dei principali antropologi della sua generazione. Allievo di Marshall Sahilins, a sua volta tra i più influenti studiosi del secondo dopoguerra, Graeber aveva solo 59 anni e lascia la moglie Nika Dubrovsky.

Professore alla The London School of Economics and Political Science - LSE, Graeber si è formato con una ricerca in Madagascar (parlava correntemente francese e malgascio) dove aveva lavorato a lungo su forme poco documentate di schiavitù e sudditanza, e proprio a fine agosto aveva comunicato nel suo ultimo videopost di aver completato un ulteriore studio sulla regalità, che speriamo possa presto uscire in una traduzione italiana, a riprendere in modo esaustivo i temi aperti con l’importante pubblicazione Il potere dei re (Raffaello Cortina Editore, 2019) scritta a quattro mani con il suo maestro Sahlins.

Tra il grande pubblico Graeber era diventato famoso per il suo attivismo politico. Anarchico dichiarato (Il suo Frammenti di antropologia anarchica è stato pubblicato in italiano da Elèuthera editrice già nel 2006), era stato uno dei protagonisti del movimento #occupywallstreet del 2011 e considerato (assieme a due altri attivisti a cui aveva riconosciuto il pari merito) l’ideatore del motto “Noi siamo il 99%”, vale a dire gli oppositori di quell’1% che detiene più della metà della ricchezza mondiale.

Questo impegno politico aveva orientato molte delle sue pubblicazioni, senza fargli mai perdere la fama di studioso profondo e poco disponibile a divenire un maître-à-penser da comparsate televisive. Il suo mastodontico Debito: i primi 5000 anni (il Saggiatore 2012) condensava decenni di studi di antropologia economica in una sintesi che, anche quando criticata, guardava con ammirazione alla sua capacità di muoversi sicuro nel tempo e nello spazio attraverso bibliografie dense e dentro molteplici specialismi (dall’etnografia all’economia; dalla storia sociale alla filosofia politica).

Negli ultimi anni, Graeber si era concentrato sugli aspetti perversi della burocrazia nel mondo postindustriale e globalizzato e il suo godibile Burocrazia: perché le regole ci perseguitano e perché ci rendono felici (Il Saggiatore 2016) aveva lanciato l’idea di “bullshit job”, del lavoro cioè sostanzialmente inutile messo in moto proprio dal tardo capitalismo per rispondere in modo paradossale alla diminuzione di esigenze produttive: meno c’è bisogno di lavoro, dice Graber, più la burocrazia si impegna a crearne di inutile. Con le sue parole:

«La Legge ferrea del liberalismo stabilisce che qualsiasi riforma del mercato e qualsiasi iniziativa di governo volta a ridurre la burocrazia e a favorire le forze di mercato avrà l’effetto ultimo di incrementare il numero complessivo delle norme, la quantità complessiva delle pratiche cartacee e il numero complessivo dei burocrati al servizio dello stato». 

Studioso poliedrico e soprattutto teso a non separare gli interessi scientifici dalle passioni politiche, Graeber lascia un grande vuoto nella comunità internazionale degli antropologi, che speriamo possa essere compensato dal suo esempio e dalla cura con cui si è impegnato a dimostrare che l’antropologia non può essere solo lo studio delle persone ma deve sempre sforzarsi di essere una riflessione con le persone, una guida paziente alla consapevolezza collettiva della complessità del mondo in cui tutti viviamo.